Intervista a Alessandro Rosina

«Slogan a parte, è necessario ripensare il futuro della metropoli»

Docente di Demografia e Statistica (Università Cattolica)

di Sara Monaci

3' di lettura

La campagna elettorale ha sempre un limite: l’uso di slogan rapidi, e pertanto superficiali, per ottenere il consenso immediato. Se questa è la caratteristica tipica del periodo preelettorale, oggi l’assenza di visione e approfondimento è ancora più grave, perché la città di Milano, dopo la pandemia, va incontro a importanti cambiamenti di cui occuparsi subito. Ne è
convinto Alessandro Rosina, docente di Demografia e statistica all’Università Cattolica di Milano.

Professor Rosina, cosa sta accadendo a Milano dal punto di vista sociale?
Sta accadendo che la pandemia sta ulteriormente rafforzando una tendenza che era già in atto negli ultimi 10 anni. Viviamo in una città che da una parte è stata attrattiva per i giovani di tutta Italia per motivi di lavoro, ma al contempo non è riuscita a dare risposte complete per chi voleva un progetto di vita, non solo una professione.

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Quindi una città meno ospitale di quanto si pensi?
Intendiamoci, gli indicatori che riguardano l’occupazione sono buoni, soprattutto l’occupazione femminile, che è al 66,8% (dato riferito al 2018) contro la media italiana al di sotto del 50%. Ma qui la natalità è al di sotto delle aspettative, è in linea con la media italiana, e dopo la prima ondata di Covid stiamo assistendo ad un -12%
di nascite. Quindi qualcosa non funziona.

Cosa manca?
Mancano servizi e informazioni facilmente reperibili. Non si è fatto molto per le politiche abitative per i giovani, per incrementare servizi come gli asili e attività di baby-sitting gestite dal pubblico, per dare la possibilità di conciliare, soprattutto per le donne, i tempi del lavoro e della famiglia. Se in una città grande, dove la carriera professionale è centrale, non si offrono servizi che supportano le famiglie, è chiaro che si rinuncia a formarla perché avere figli viene visto come un problema piuttosto che come una risorsa. A questo si aggiuge il fatto che spesso chi vive a Milano si è trasferito, e quindi non beneficia della rete familiare che in Italia fa praticamente da welfare.

Quale città dovremmo prendere come esempio?
Dovremmo guardare ad
altre capitali europee. Non parlo della Svezia, dove l’occupazione femminile
è ben oltre l’80%. Guardiamo cosa ha fatto Berlino negli ultimi quindici anni, potremmo fare lo stesso, investendo appunto in politiche della conciliazione, con iniziative sia pubbliche che private, favorendo orari di lavoro e riducendo i costi dei servizi
per chi ha figli.

Tornando alla pandemia, in cosa rischia di peggiorare adesso Milano?
Il rischio è che se la città non è stato il luogo ideale dove realizzare un progetto di vita più completo, ora potrebbe vedere una riduzione anche dell’attrattività professionale e accademica. C’è da aspettarsi che soprattutto gli studenti non tornino tutti qui a studiare, visto che la modalità online sta diventando sempre più diffusa. Qualcuno sceglierà di frequentare il primo anno ma non i successivi, qualcuno solo per alcune fasi. La città rischia insomma di avere meno giovani. Fatto che acuisce ciò che abbiamo detto finora.

Lei vede una campagna elettorale improntata a
questi temi?

Questo è comprensibilmente un periodo di slogan, di temi usati per il consenso immediato. Ma andrebbe fatta una riflessione approfondita su ciò che sta diventando la città. Questa è la prima elezione dopo la pandemia, ma rischia di essere un’occasione persa.

Che temi dunque sarebbero secondo lei degni di essere posti in cima al dibattito politico?
Elenco i principali: l’accesso alla casa per i giovani; ridurre i gradi di disuguaglianza sociale; ridurre la dispersione scolastica; più servizi per conciliare lavoro e famiglia.

L’assistenza sanitaria è diventato un argomento centrale, anche se tecnicamente le competenze non sono comunali ma regionali. Secondo lei ha senso questo argomento nelle amministrative?
Il problema dell’assistenza domiciliare dovrà essere sicuramente affrontato dai Comuni. Però qui bisogna fare un distinguo. Da una parte c’è il rischio che la comunicazione politica, e quindi l’attenzione, si focalizzi prevalentemente sui problemi che interessano la popolazione anziana, quindi appunto salute e sicurezza, riducendo l’importanza delle politiche giovanili. Dall’altra c’è l’effettiva esigenza di riorganizzare i servizi di sostegno ai fragili, come le Rsa, con competenze anche legate all’innovazione.

Un tema assente a Milano anche se presente a livello nazionale è l’opposizione al green pass. Qui il centrodestra non usa questo argomento. Perchè?
Perché a Milano, città pragmatica e caratterizzata da un elettorato moderato, si guarda più all’efficienza. L’uso del green pass è ormai dato per scontato.

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