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Smart contract: innovazione utile a supportare accordi più ampi

di Dario Aquaro


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(Adobe Stock)

3' di lettura

«Code is law» è un principio da affermare con cautela. È vero, ci sono già diversi esempi di servizi digitali in cui a dettar legge (law) è il codice inform atico di programmazione (code). E, se il contratto è di tipo elementare, non c’è alcun problema. Ma le cose cambiano quando il codice non è in grado di rappresentare tutte la complessità dell’accordo, scoprendo il fianco sul lato giuridico.

La questione è centrale anche alla luce del decreto Semplificazioni, il Dl 135/2018 convertito dalla legge 12/2019, che ha introdotto nel nostro ordinamento le definizioni di “smart contract” e di “tecnologie basate su registri distribuiti” (Dlt), di cui fanno parte le blockchain.

Il Notariato italiano – che sul tema blockchain e dintorni si è attivato da tempo – ha dedicato un primo studio a queste novità normative. Chiudendo con una lettura: lo smart contract può essere l’unica fonte contrattuale tra le parti solo nell’ipotesi di un accordo dalla struttura assai basilare. O meglio: può essere uno strumento esecutivo di supporto, certamente valido e innovativo, ma parte di un più ampio rapporto contrattuale.

Gli aspetti giuridici
«Un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse». Così la legge italiana definisce lo smart contract, attribuendogli il valore della forma scritta «previa identificazione delle parti interessate».

Il pallino è ora nelle mani dell’Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale che ha il compito di preparare le linee guida sulle procedure di identificazione informatica delle parti, ma anche gli standard tecnici che le blockchain dovranno rispettare per produrre gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica, in coerenza con la normativa europea e nazionale. Su linee guida e standard tecnici – che sarebbero dovuti arrivare entro metà maggio (90 giorni dall’entrata in vigore della legge) – è adesso all’opera un gruppo di lavoro istituito dall’Agid.

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In attesa degli esiti, il Notariato ha comunque analizzato la norma e gli strumenti di cui tratta. Evidenziando alcuni aspetti critici. «Innanzitutto lo smart contract, che contiene istruzioni di tipo esecutivo, non è sempre idoneo a documentare la causa del contratto, elemento essenziale dal punto di vista giuridico», osserva il notaio Michele Manente.

L’istruzione di pagamento da un soggetto a un altro, ad esempio, può fondarsi su diverse tipologie negoziali: dalla compravendita all’obbligazione. «La soluzione sarebbe lasciare la definizione generale al contratto scritto in linguaggio naturale e demandare al codice informatico solo alcune parti esecutive», prosegue Manente. Che sottolinea anche la difficoltà di applicare allo smart contract le norme relative all’interpretazione del contratto (si pensi alla “buona fede”). O quelle che disciplinano la risoluzione legale, in caso di avvenimenti straordinari e imprevedibili: per intendersi, come gestire l’eccessiva onerosità sopravvenuta?

Gli aspetti tecnici
Dal punto di vista tecnico, poi, la norma fa riferimento a dati registrati che non sono alterabili e modificabili. «Il legislatore pare pensare implicitamente alle blockchain permissionless, aperte, e in particolare – afferma il notaio – a quelle più diffuse, come Ethereum. Perché quelle permissioned, centralizzate, prevedono il controllo di un’“autorità” o di una ristretta cerchia di soggetti».

Nelle blockchain permissionless, a rendere difficili i cosiddetti “attacchi del 51%” (portati cioè con il consenso della maggioranza dei nodi) è proprio il livello di diffusione della catena dei nodi. Ma quanto dev’essere distribuito un registro affinché sia considerato affidabile? «È una delle tante domande a cui la norma non dà risposta», conclude Manente.

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