occupazione

Smart working, l’esperienza delle aziende pioniere

di Giulia Crivelli e Vera Viola

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(© Mario Beauregard)


3' di lettura

Ormai da anni lo “smart working” sta prendendo piede nelle aziende italiane. Con questo termine si identifica quella «modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato» che, dopo il via libera finale al Ddl su lavoro autonomo e agile di mercoledì scorso, conquista la sua prima regolamentazione nazionale. Finora il passaggio al “lavoro agile” è stato disciplinato in vario modo, a seconda dell'esigenza della singola impresa, di solito con un accordo aziendale. Di seguito le esperienze di Mars Italia e di Beyond (Qui Group).

Il caso Mars Italia.

Cristiana Milanesi, direttore risorse umane di Mars Italia, saluta con favore la nuova legge sullo smart working, ma sottolinea con orgoglio che la filiale italiana del colosso americano del pet food e degli snack (in portafoglio ci sono, tra gli altri Whiskas, Sheba, Royal Canin e, appunto, Mars e Snickers) era già «compliant» e che nei mesi scorsi ha avuto numerosi contatti con Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro alla Bocconi, tra i padri della legge, che aveva individuato in Mars Italia un caso di successo da prendere ad esempio. L’impegno dell’azienda viene da lontano: è dagli anni 90, seguendo l’esempio di Mars Usa, che sperimenta varie forme di smart working e l’approccio è diverso fin dalla scelta delle parole: i lavoratori sono chiamati associati, non dipendenti.

Tutti possono lavorare a casa o da qualsiasi altro luogo (parco, bar, biblioteca), organizzandosi con una certa autonomia e coordinandosi con il proprio responsabile e i colleghi. Per dare a tutti, non solo a queadri e dirigenti, la stessa possibilità di flessibilità e lavoro da casa, è prevista la progressiva dotazione di pc portatili e software per favorire la comunicazione a distanza (instant messaging, webconference, strumenti per la condivisione di documenti). «Per noi smart working vuol dire molto più che telelavoro – sottolinea Cristiana Milanesi – . È previsto ad esempio l’orario di ingresso flessibile, gli uffici sono pet friendly, perché portare gli animali al lavoro semplifica la loro gestione e dà serenità. Offriamo poi la possibilità di dedicare alcune ore lavorative al volontariato. Questo per noi è lavorare in modo intelligente».

Il caso Beyond (Qui Group)

È Beyond, la start up di Qui Group che, a Napoli, sperimenta lo smart working coinvolginendo già da oltre un anno l’intero organico di 15 persone. La sperimentazione parte nella software house napoletana per rispondere all’esigenza dei dipendenti di ridurre il tempo di viaggio casa-lavoro. Il 90% della forza lavoro, assunta dopo un progetto di ricerca con l’Università di Salerno, abita proprio a Salerno ed è costretta ad almeno tre ore di viaggio al giorno.

Così si passa allo smart working: i dipendenti lavorano per 2 giorni alla settimana da remoto: in qualsiasi luogo dotato di connessione internet, purché siano rispettate le norme sulla sicurezza. Il progetto viene monitorato con cadenza bimestrale dall’azienda, mentre lo stato di avanzamento delle singole attività viene valutato settimanalmente rispetto alla programmazione iniziale. In questo modo, è possibile valutare i risultati ottenuti rispetto agli obiettivi prefissati, ma anche le problematiche riscontrate.Per evitare poi che i dipendenti rimangano connessi anche oltre l’orario di lavoro, si stabilisce che durante i giorni di smart working, vada rispettato lo stesso orario. I dipendenti timbrano il cartellino “virtualmente” .

I risultati ? Si ritiene che ciascun dipendente abbia risparmiato, solo nei primi sei mesi, in media 150 ore di viaggio. L’azienda, poi, è riuscita a trattenere i migliori talenti e stima un aumento di produttività dal 15 al 20 per cento. L’esperimento si ritiene sia riuscito, tanto che ora viene replicato a Roma in altre aziende del gruppo con altre 15 persone.

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