L’analisi

Smart working, linee di indirizzo adattabili alle aziende

Non è messo in discussione il principio, centrale nella legislazione vigente, per cui l’accordo individuale è imprescindibile, mentre un accordo collettivo può esserci o non esserci

di Aldo Bottini

Smart working, stretta sull'accordo di statali e privati

2' di lettura

Il protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, nel fornire linee di indirizzo per la futura contrattazione collettiva a tutti i livelli, conferma nella sostanza l’impianto della legge 81/2017 e i suoi contenuti. Non era scontato, considerato che da più parti erano state invocate modifiche legislative di vario genere. Si può dire oggi che con questo protocollo viene riconosciuto che di tali modifiche non vi è necessità e che la legge vigente costituisce un valido e attuale quadro di riferimento per il consolidamento e lo sviluppo del lavoro agile, dopo la forzata sperimentazione di massa nel periodo pandemico.

Se da un lato il protocollo dichiara di voler valorizzare la contrattazione collettiva «quale fonte privilegiata di regolamentazione dello svolgimento della prestazione di lavoro in modalità agile», dall’altro prende atto che l’avvio del lavoro agile richiede necessariamente la stipulazione per iscritto di un accordo individuale, all’interno del quale devono essere disciplinati tutti gli aspetti salienti della prestazione svolta con tale modalità, come del resto già previsto dalla legge.

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Al di là del dichiarato intento “promozionale” della contrattazione collettiva (in particolare di secondo livello), non è messo in discussione il principio, centrale nella legislazione vigente, per cui l’accordo individuale è imprescindibile, mentre un accordo collettivo può esserci o non esserci. L’accordo individuale, del resto, si è dimostrato lo strumento più efficace per adattare il lavoro agile alle situazioni e alle esigenze concrete, che possono essere diverse non solo tra un’azienda e un’altra, ma anche tra diversi segmenti della stessa azienda. Naturalmente gli accordi individuali dovranno conformarsi all’eventuale contrattazione collettiva applicabile, e ai contenuti dello stesso protocollo, per i soggetti che siano a esso vincolati. Il protocollo, peraltro, riconosce la necessità di conformarsi alle diverse specificità dei contesti produttivi, e quindi fissa linee di indirizzo elastiche che, nella loro attuazione, di tali specificità possano tenere conto. E questo è certamente un dato positivo, rispetto a precedenti esperienze di contratti collettivi (in alcuni casi anche nazionali) che fissavano regole particolarmente (e inutilmente) rigide.

È dunque apprezzabile che il protocollo non introduca vincoli sui due temi più delicati che si pongono quando si tratta di attuare la modalità di lavoro agile: l’orario e il luogo di lavoro. Tutto sommato, si può dire che sia prevalsa un’impostazione che tende a salvaguardare la flessibilità e adattabilità dello smart working. È auspicabile che anche nella futura contrattazione collettiva si prosegua su questa strada, resistendo alla tentazione (che talvolta si affaccia) di porre vincoli inopportuni e poco coerenti con la natura di questa modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.

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