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Smart working nella Pa, le linee guida del ministero dopo il rientro al lavoro

Il ministro Brunetta presenta ai sindacati le linee guida sulle attività a distanza

di Gianni Trovati

P.A: smart working anche dall'estero

4' di lettura

Il rientro in ufficio dei circa 700mila dipendenti pubblici che erano stati coinvolti dallo smart working generalizzato da pandemia sta avvenendo in ordine. Certo, lo stop al lavoro agile ha determinato un adeguamento in corsa del quadro delle regole, con qualche intoppo per una serie di situazione specifiche. Ma non ha determinato i disastri organizzativi paventati da qualcuno nelle polemiche della vigilia.

Resta il fatto che l’attenzione nel pubblico impiego, esclusi ovviamente infermieri, medici, insegnanti, forze dell’ordine e gli altri settori che possono lavorare solo in presenza, si concentra ora su quale smart working tornerà in gioco dopo il ritorno in presenza sancito dal 15 ottobre. Perché l’assenza di una disciplina transitoria rende oggi di fatto chiusa per tutti la strada dello smart working. Ma lo stesso ministro per la Pa Renato Brunetta, primo autore della chiamata in ufficio, ieri ha spiegato che l’esperienza «con luci e ombre» maturata durante la crisi pandemica non può essere archiviata con un semplice salto nel passato.

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Linee guida presentate ai sindacati

Sul piano operativo, la prima conseguenza arriverà oggi alle 12 con la presentazione ai sindacati delle nuove Linee guida sullo smart working nel pubblico impiego. Il testo, che Il Sole 24 Ore ha potuto consultare, richiama i principi in discussione in queste settimane sui tavoli del rinnovo contrattuale. Ma indica anche in modo più puntuale i presupposti indispensabili alla concessione dello smart working. Presupposti giudicati indispensabili soprattutto per garantire la sicurezza dei dati trattati nel lavoro. Ma non facili da organizzare per molte amministrazioni.

Capitolo dotazioni tecnologiche

Il secondo capitolo delle Linee guida, intitolato alle «condizioni per l’accesso alla prestazione lavorativa in forma agile», spiega che «si deve fornire il lavoratore di idonea dotazione tecnologica», e che «per accedere alle applicazioni del proprio ente può essere utilizzata esclusivamente la connessione Internet fornita dal datore di lavoro».

L’amministrazione deve poi «prevedere apposite modalità per consentire la raggiungibilità delle proprie applicazioni da remoto». Sempre per assicurare la tutela dei dati, le Linee guida specificano che «in nessun caso può essere utilizzato un’utenza personale o domestica del dipendente per le ordinarie attività di servizio». L’indicazione è chiara. Ma il punto resta controverso perché, come ricorda l’Anci in un Quaderno operativo appena pubblicato sul ritorno in presenza dei dipendenti dei Comuni, il primo decreto Covid, ancora in vigore, prevede la possibilità che lo smart working si svolga «attraverso strumenti informatici nella disponibilità del dipendente qualora non siano forniti dall’amministrazione» (articolo 87 del Dl 18/2020). Ma è tutta la disciplina che sta piovendo sulla riorganizzazione della Pa a costruire incroci piuttosto complessi fra norme primarie, Dpcm e documenti di indirizzo.

Un test per i prossimi contratti

Le Linee guida, si diceva, «anticipano» il contenuto dei contratti che, come Brunetta è tornato a indicare, il governo punta a firmare entro la fine dell’anno. Anche perché i testi in discussione riguardano il 2019/21, per cui l’anno prossimo si dovrà ricominciare. L’intesa su ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici (le «Funzioni centrali») è alla vigilia della fase decisiva, e sulla parte ordinamentale, come appunto quella che riguarda il lavoro agile, fisserà le regole generali che saranno riprese anche negli altri comparti.

In costruzione c’è in pratica un doppio binario per il lavoro fuori ufficio. Lo smart working vero e proprio, riassumono le Linee guida in arrivo, sarà effettuato «senza un vincolo di orario nell’ambito delle ore massime giornaliere e settimanali previste dai contratti nazionali», con una «fascia di inoperabilità» che garantirà il diritto alla disconnessione nelle 11 ore di riposo consecutivo garantite dalle regole contrattuali. Al lavoratore agile è garantita la possibilità di utilizzare le varie forme di permessi orari, ma non potranno vedersi riconosciute le indennità di straordinario, trasferta, rischio o disagio.

Tutto questo però è possibile solo con un sistema puntuale di obiettivi individuali. In alternativa sarà possibile un «lavoro da remoto», che cambia la sede dell’attività (casa o spazi di coworking invece dell’ufficio) ma non gli obblighi tipici della presenza, a partire dall’orario. In ogni caso non ci saranno lavoratori solo a distanza, ma il modello sarà ibrido con la presenza in ufficio.

Per guidare la riorganizzazione nei Comuni, l’Anci ha pubblicato il Quaderno operativo che fra le altre cose offre modelli standard per la richiesta di lavoro agile e per l’accordo individuale.

I modelli individuano anche una serie di categorie d’elezione per lo smart working, tra cui le lavoratrici in gravidanza, in maternità o nei tre anni successivi, i lavoratori con famigliari portatori di handicap, i fragili e chi abita in un Comune diverso da quello in cui lavora. Nelle intese individuali sono poi previste le «schede obiettivo», con l’indicazione dei compiti da svolgere, la loro articolazione nei mesi e la quota da coprire nel corso del lavoro agile.

Intanto si affina la macchina dei controlli sul Green Pass, per superare la fase iniziale delle verifiche a campione. Giovedì l’Inps ha messo online la procedura «Greenpass50+», per le verifiche del certificato verde nelle Pa con più di 50 dipendenti.

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