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Smart working, più lavoro e meno rischi alla prova del Covid-19 il pubblico batte il privato

In telelavoro fino al 14% dei privati e il 33% dei pubblici. Chi ha fatto lavoro agile non ha rischiato la cassa integrazione e lavorato il 6% in più

di Davide Colombo

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(ASDF - stock.adobe.com)

In telelavoro fino al 14% dei privati e il 33% dei pubblici. Chi ha fatto lavoro agile non ha rischiato la cassa integrazione e lavorato il 6% in più


2' di lettura

Il pubblico batte il privato nel ricorso al lavoro agile ai tempi del Coronavirus. Se nella prima parte del 2020 i dipendenti privati in smart working sono arrivati al 14%, contro l'1,5% di fine 2019, i pubblici hanno fatto un balzo ben maggiore, passando dal 2,4% al 33%. I lavoratori privati, in particolare, sono passati da meno di 200mila a 1,8 milioni, e le le imprese che utilizzano lo SW sono aumentate dal 28,7% del 2019 all'82,3% del 2020, con un calo dei differenziali Nord-Sud. Nella Pa, invece, i picchi di telelavoro si sono registrati negli enti locali, con quote fino al 95%.

In smart c'è più inclusione

Rispetto a chi non ha lavorato in smart working, in media i dipendenti che hanno usufruito del lavoro agile hanno conseguito una retribuzione mensile più elevata, per effetto del maggior numero di ore lavorate, e hanno fatto meno ricorso alla cassa integrazione. In molte aziende la produttività non ha risentito della nuova modalità di lavoro a distanza e in alcuni settori dei servizi si è lavorato qualche ora in più, mentre in prospettiva l'esperienza maturata durante l'emergenza sanitaria insegna che lo SW può rivelarsi una soluzione lavorativa maggiormente inclusiva per donne e lavoratori senior, chiamati a conciliare gli impegni di lavoro con i carichi familiari.

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In smart working si lavora di più

Sono diversi e di segno positivo i risultati che arrivano dalle analisi qualitative e quantitative sul lavoro da remoto in piena pandemia realizzate dagli economisti di Bankitalia e pubblicati in tre Note Covid-19. Il ricorso al lavoro a distanza è cresciuto soprattutto per le donne (1,5% in più rispetto agli uomini), e tra i lavoratori delle imprese di maggiori dimensioni e dei settori le cui mansioni più si prestano a essere svolte utilizzando pc e piattaforme digitali. E in media il lavoro agile ha determinato un aumento del 6% delle ore effettive di attività. La crescita del telelavoro è stata maggiore tra diplomati e laureati e nei settori considerati “non essenziali”.

Una soluzione win-win

Secondo gli analisti di Bankitalia non ci sono dubbi: il lavoro agile ha contribuito a limitare le conseguenze negative dello shock connesso con la pandemia sulla domanda aggregata e sull'occupazione. E poiché nel secondo trimestre del 2020 il numero di lavoratori da remoto era ancora contenuto rispetto al potenziale, “è verosimile ipotizzare che l'estensione dello smart working a una più ampia platea potrebbe avere ricadute positive per il mercato del lavoro”. Secondo altre analisi pubblicate nei mesi scorsi la quota di lavoratori che potrebbe facilmente lavorare da remoto (autonomi, dipendenti del settore privato e pubblico) sono il 30,4%, ovvero 7 milioni di individui. Sia nel privato sia nel settore pubblico è emersa una forte domanda di smart working da parte delle donne, un aspetto considerato cruciale nelle analisi poiché evidenzia il potenziale di questo strumento come mezzo di conciliazione tra lavoro e cure familiari e quindi di facilitazione della partecipazione delle donne al mercato del lavoro.


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