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Smart working: la reazione peggiore è tornare alle vecchie abitudini

Per Cesare Avenia, presidente di Confindustria digitale, la resistenza al cambiamento è il vero nemico, insieme alla mancanza di competenze. “Abbiamo bisogno di andare verso sistemi flessibili, interconnessi, capaci di mettere in contatto diverse persone da diversi luoghi”

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(IMAGOECONOMICA)

Per Cesare Avenia, presidente di Confindustria digitale, la resistenza al cambiamento è il vero nemico, insieme alla mancanza di competenze. “Abbiamo bisogno di andare verso sistemi flessibili, interconnessi, capaci di mettere in contatto diverse persone da diversi luoghi”


2' di lettura

«La reazione peggiore che si possa avere è tornare tutti quanti in ufficio e riprendere le vecchie abitudini, magari rimanendo incolonnati per ore nel traffico cittadino».

Cesare Avenia è il presidente di Confindustria digitale e dal suo osservatorio fa un balzo di disappunto quando sente sindaci, come quello di Milano, Giuseppe Sala, invocare il ritorno negli uffici.

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Presidente Avenia perché non è d'accordo?
Il problema dell'Italia è legato anzitutto alla crescita che già prima del coronavirus era prossima allo zero. È una questione di produttività, di competitività e di riforme strutturali da completare. Pensare di tornare alla normalità significa ignorare la realtà del prima e sottovalutare la lezione che la pandemia ci ha impartito.

Lei pensa che tutto il lavoro da remoto di questi ultimi mesi sia stato smart working?
Non tutti coloro che hanno lavorato da casa durante il lockdown hanno fatto smart working. Lo smart working ha riguardato non più del 30% delle imprese italiane, quelle che erano già organizzate per avvantaggiarsi delle potenzialità delle tecnologie digitali.

Allora che cos'è lo smart working?
Lo smart working non è il lavoro da remoto, ma un cambio di paradigma che modifica la relazione tra gli elementi che compongono la concezione del lavoro, ovvero il lavoratore, il luogo di lavoro, il merito, la produttività, la tecnologia, la formazione, la cultura manageriale. È però vero anche che è stato fatto un test di massa che ha aperto una finestra su scenari radicalmente nuovi sui modi di lavorare, di vivere e di beneficiare delle nuove tecnologie, che non può essere più richiusa.

Ma ci sono delle resistenze. Perché?
La resistenza al cambiamento è il vero nemico, insieme alla mancanza di competenze. Abbiamo bisogno di andare verso sistemi flessibili, interconnessi, capaci di mettere in contatto diverse persone da diversi luoghi con piattaforme di accesso ai dati non legate a una specifica sede. Tra l'altro attorno allo smart working possono nascere condizioni di lavoro più inclusive di categorie oggi in maggior difficoltà, come le donne, le persone con disabilità.

Ma come si fa a colmare il gap di strumenti e competenze digitali emerso anche nella ricerca della Luiss?
Lo smart working implica l'evoluzione della cultura manageriale, che deve abbandonare la dimensione del controllo per lasciare spazio alla fiducia e alla responsabilizzazione dei lavoratori. Ma implica anche un salto di competenze per tutti. Il nostro paese presenta un punto di estrema criticità, fotografato impietosamente dal Desi, il Digital Economy & Society Index, indice realizzato dalla Commissione Europea.

Desta assoluto sconcerto il fatto che questo disastroso record negativo nazionale non abbia suscitato l'allarme che merita e che non venga considerato una vera emergenza a cui dedicare una strategia specifica e prioritaria nell'agenda di governo. Le competenze sono il cuore della trasformazione digitale e del rilancio del paese. Il lavoro da remoto è stata l'occasione che l'emergenza ci ha fatto intravedere per cominciare a cambiare. Su questo non si può tornare indietro.

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