Letteratura

Smitizzare il selvaggio West

di Luigi Sampietro

. «Wild West» di Emil Armin, 1929, Smithsonian American Art Museum

5' di lettura

Si fa presto a dire western, ma le storie sono millanta che tutta notte canta. Sul West e sul Far West. Ci sono – c’erano – i cowboy e gli indiani che, nei film politicamente scorretti d’una volta, si chiamavano selvaggi. E prima, nella seconda metà dell’800, i romanzi un tanto al chilo che avevano talora come protagonisti personaggi realmente esistiti, quali Buffalo Bill, Kit Carson e Billy the Kid, che venivano impegnati in storie di fantasia degne delle canzoni di gesta. Ancora prima, c’erano state le storie di frontiera di James Fenimore Cooper, quello di L’ultimo dei mohicani (1826), che avevano segnato la nascita della letteratura d’invenzione in America.

Il West, che prima era solo il nome di un punto cardinale sulle carte geografiche, era diventato, nel 1803, parte degli Stati Uniti. Napoleone lo aveva venduto al governo di Washington per 15 milioni di dollari, e da quel momento i due milioni di chilometri quadrati a ovest del Mississippi ebbero il nome di Wild West. Al di là, c’era il Far West; che, a nord del Texas, arrivava fino alla California, e non si sapeva se fosse mai stato attraversato da alcuno, a parte qualche trapper e i soliti indiani.

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Per capire meglio quel che si era messo in casa, il presidente Jefferson aveva convinto il Congresso a finanziare una spedizione che tentasse di arrivare dall’altra parte del Continente, seguendo il corso dei fiumi. L’incarico fu affidato, nel 1804, a due militari, Meriwether Lewis e William Clark, i quali erano arrivati al Pacifico l’anno seguente, con una scorta di una trentina di persone, tra cui Sacagawea, la moglie che il loro interprete aveva comprato dagli indiani shoshone.

Come il West, descritto negli otto volumi dei diari di Lewis e Clark (1907) sia diventato il mitico West che conosciamo, è una lunga storia che si può riassumere in due battute. Vi contribuirono i cosiddetti umoristi della frontiera dei quali, anni fa, Claudio Gorlier tradusse un’antologia; e, soprattutto, un altro umorista, Bret Harte (1836-1902), i cui racconti ambientati tra i cercatori d’oro della California, fissarono un modello che fu poi riprodotto e adattato con infinite varianti in centinaia di storie e di film. Sul West e sul Far West. Dal Kansas all’Arizona.

La vera e prosaica conquista territoriale del West aveva avuto inizio nel 1841, quando un centinaio di pionieri aveva percorso, a nord, la Pista dell’Oregon. Nessuno aveva mai attraversato l’America con i carri per il semplice motivo che da St. Louis, la porta verso il West, non si poteva partire finché nelle pianure non fosse spuntata l’erba per le bestie e sulle Montagne Rocciose scomparsa la neve, in modo da arrivare dall’altra parte prima dell’autunno: prima che sulla Sierra Nevada e sulle Blue Mountains tornassero le bufere. Tra il 1841 e il 1869, quando fu completata la ferrovia, furono 350mila i pionieri che traversarono il Continente. Un esodo biblico.

La loro storia è però entrata solo in parte nella leggenda del West. Ebbero la meglio i seguaci di Harte, che a suo tempo aveva esemplato i propri racconti sul demi-monde di Dickens, orfani e lacrime comprese, e che, per l’epoca, erano piuttosto sconvenienti. I suoi personaggi – biscazzieri, puttane e banditi – diedero al West la cattiva reputazione che è sempre necessaria per incrementare le vendite, ma per le sceneggiature dei film a venire, da Tom Mix a John Wayne fino agli spaghetti-western, mancava ancora qualcosa. La figura del paladino senza macchia e senza paura, solo contro tutti. L’avrebbe fornita Owen Winster, nel 1902, con Il virginiano, un romanzo costruito sul modello cortese di Walter Scott.

Ma poiché non c’è bisogno di aver letto Giambattista Vico per sapere che alla stagione delle favole segue quella della ragione, e che figli e nipoti tendono sempre a smitizzare i racconti dei nonni, ecco che al West di maniera – che, oltre a centinaia di film, ha prodotto una letteratura di cui è stato campione Louis L’Amour (1908-88) con oltre 200 milioni di copie vendute – è venuto ad aggiungersi il ritratto di un West che, lasciata l’epopea, si è piccato di presentarsi come documentario, quando non addirittura come commedia di costume.

A questo filone, appartiene un bel romanzo, di Thomas Savage, Il potere del cane, pubblicato nel 1967 e di recente riscoperto in Usa e Gran Bretagna, dove tuttora gli editori sperano di ripetere il successo dello Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965 e divenuto un bestseller negli anni Duemila grazie al passaparola.

Il western di Savage (1925-2003) si regge su di una raffinata serie di contrapposizioni tra quel che sono, o erano, gli allevatori e la gente dell’Est; è un western che appartiene a un sottogenere persino più ampio e cioè il romanzo che ha come tema – al pari della pittura – il paesaggio americano. E come scrive nella sua dotta Postfazione Annie Proulx, i primi romanzi di Savage e, in certa misura, Il potere del cane si possono situare alla fine dell’età dell’oro di un periodo della storia letteraria americana che copre all’incirca la prima metà del Novecento e in cui «il paesaggio non è solo uno sfondo decorativo, ma una vera e propria struttura portante della trama, giacché controlla la vita dei personaggi».

In particolare la Proulx – la quale, oltre a essere una acclamata scrittrice in proprio, è una sorta di vestale a cavallo per ciò che riguarda usi, costumi, folklore, storia, statistiche, geografia e botanica del West – ricorda che molti romanzieri di quel periodo, anche quelli di altri regioni, avevano in comune con gli autori western il senso del luogo, l’esaltazione dell’etica degli antichi pionieri e una tecnica narrativa adatta a descrivere e rappresentare, con la medesima efficacia e partecipazione, ambienti e comportamenti estremamente diversi.

Il tutto finì, scrive sempre la Proulx, nel 1948. È l’anno in cui Norman Mailer diede alle stampe Il nudo e il morto, ambientato sì tra i combattenti la Seconda guerra mondiale nel Pacifico, ma con personaggi di provenienza diversa che, nella circostanza, mostrano per la prima volta un «atteggiamento antagonistico nei confronti della terra ».

Nel libro di Savage, ambientato negli anni Venti del Novecento, il nuovo – leggi, per fare un solo esempio, le prime automobili – si incunea nel vecchio; e il vecchio, ovvero l’ideale – per di più idealizzato – della vita patriarcale degli antichi e ruvidi allevatori, si contamina di temi, come quello dell’omosessualità, che sono vecchi come il mondo ma che nel western sarebbero fioriti soltanto nei decenni a venire.

In attesa che questo avvenga, il romanzo di Savage mostra tutti i segni di una ibridazione che aggiunge al semplice piacere del racconto e dell’avventura un raffinato gioco di società. Talché, fin dall’inizio, appare al lettore come percorso da una matassa di fili colorati al pari di una centralina del telefono. Il rosso porta a Hemingway, l’azzurro a John Steinbeck, il giallo a William Faulkner e il nero a un certo romanzo di Willa Cather ambientato addirittura a New York. Non è il caso di insistere sull’argomento, ma chi si appresta a leggere Il potere del cane dev’essere avvertito che si tratta sicuramente di un western perché è ambientato in una grande fattoria del Montana; ma che è anche qualcos’altro e qualcosa di più. Un nobile tentativo, da parte del buon Savage, di portare la commedia di costume, con relativa perlustrazione delle coscienze dei personaggi, tra i rancheros e i mandriani; e, insieme, giusto a mezzo secolo di distanza da quando fu pubblicato, la sopravvenuta considerazione che il romanzo è attraversato da un filo semiscoperto – la latente omosessualità del protagonista – che vale la pena di pizzicare per trarne qualche virtuosa scintilla.

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