festival di Berlino

«So Long, My Son», malinconico film cinese che punta all'Orso d'oro

di Andrea Chimento

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2' di lettura

Dulcis in fundo, si potrebbe dire. «So Long, My Son», l'ultimo film presentato in concorso al Festival di Berlino, è stato uno dei titoli più emozionanti e significativi dell'intera kermesse, tanto da riuscire a rialzare, almeno in parte, le sorti di una competizione che quest'anno ha brillato molto di rado.

Si seguono i cambiamenti avvenuti in Cina dalla metà degli anni Ottanta a oggi, concentrandosi in particolare su una coppia il cui unico figlio è morto giovanissimo in un incidente. I due si allontaneranno dagli amici e dalla loro città natale, provando a ricostruirsi una vita con un figlio adottivo che creerà loro non pochi problemi.

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Parla di tematiche complesse «So Long, My Son», fluviale racconto di 180 minuti in cui il senso di colpa e le sofferenze di un nucleo famigliare (e di un altro, direttamente collegato ai protagonisti e al loro lutto) hanno come sfondo un paese in perenne divenire, che ha perso la sua identità e dove, come viene esplicitamente sottolineato, le tracce del passato sono ormai svanite per sempre.

Dal film «So Long, My Son»

La politica del figlio unico diviene uno spunto centrale e metaforico in una pellicola di grande potenza formale, aperta da una serie di sequenze straordinarie che dimostrano la grande abilità del regista Wang Xiaoshuai nel muovere la macchina da presa.

L'autore de «Le biciclette di Pechino» ha probabilmente realizzato il suo film migliore, forte di una messinscena semplice ma al tempo stesso impeccabile, oltre che di una narrazione ellittica e ricca di andirivieni temporali in cui è lo spettatore a dover mettere insieme i pezzi del puzzle.

Malinconico e commovente, «So Long, My Son» è un'opera sinceramente toccante, che riesce con un'intelligenza rara a raccontare i lati più intimi e dolorosi del privato, senza mai scadere nella retorica o in pigre scorciatoie narrative.
Grande prova anche di tutto il cast in un film che merita sicuramente di essere premiato: Wang Xiaoshuai a Berlino aveva già ottenuto il Gran Premio della Giuria per il già citato «Le biciclette di Pechino» e quello per la miglior sceneggiatura con «In Love We Trust». Quest'anno sembra davvero la volta buona per puntare all'Orso d'oro.

Nella sezione Panorama, invece, ha trovato posto un'interessante opera prima italiana: «Flesh Out» di Michela Occhipinti.

Dal film«Flesh Out»

Al centro della trama c'è Verida, una ragazza della Mauritania prossima alle nozze. Come da tradizione, dovrà ingrassare decine di chili per il giorno del matrimonio, così da soddisfare i gusti estetici degli uomini del luogo.
Parte proprio da questo ragionamento sul corpo femminile, paradossale rispetto ai criteri occidentali di preparazione al matrimonio, questo curioso esordio che riflette con forza sul ruolo della donna in un paese africano come quello in cui è ambientata la vicenda.

Gli spunti però si fermano purtroppo alla radice del discorso, tanto che la regista avrebbe potuto rischiare qualcosa in più, soprattutto nella scelta delle immagini proposte.
Resta comunque un'opera prima anticonvenzionale e da vedere, che conferma – dopo «Selfie», «Dafne», «Normal» e, soprattutto, «La paranza dei bambini» – la buonissima figura fatta dalla compagine italiana al Festival di Berlino.

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