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Soccorso migranti, fermo delle navi Ong solo se c’è pericolo per sicurezza o salute

Lo Stato di approdo può esercitare i controlli, ma il fermo va motivato. Il numero di persone a bordo, in seguito ad un salvataggio, è di per sè non rilevante

di Patrizia Maciocchi

(ANSA)

4' di lettura

Lo Stato di approdo può controllare le navi delle organizzazioni umanitarie, che svolgono sistematicamente un’attività di ricerca e soccorso di persone in mare. Ma il fermo può essere disposto solo in caso di evidente pericolo per la sicurezza, la salute o l’ambiente. Rischi che lo stato di approdo ha l’onere di dimostrare. Questa la decisione adottata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza nelle cause riunite C 14/21 e C-15/21| Sea Watch. La Sea Watch è un’organizzazione umanitaria con sede a Berlino (Germania). A rivolgersi a Lussemburgo, con un rinvio pregiudiziale, è stato il Tribunale amministrativo per la Sicilia, impegnato ad esprimersi, dopo il ricorso della Sea Watch, sulla legittimità del provvedimento di fermo amministrativo e della ispezione “Port State Control” supplementare più dettagliata, alla quale è stata sottoposta la nave, dalle autorità italiane nel settembre 2020.

Le ragioni del fermo

Tra le navi dell’organizzazione umanitaria ci sono la Sea Watch 3 e la Sea Watch 4, che battono bandiera tedesca e sono certificate come navi da carico. Nell’estate del 2020, queste due navi hanno effettuato operazioni di soccorso e hanno sbarcato le persone salvate in mare nei porti di Palermo e di Porto-Empedocle (Italia). Le ispezioni messe in atto dalle capitanerie dei due porti siciliani sono state giustificate con l’assenza di una certificazione per l’attività di ricerca e soccorso in mare e per aver imbarcato un numero di persone molto superiore a quello autorizzato. Il report delle autorità aveva, inoltre, evidenziato, carenze tecniche e operative che comportavano un evidente pericolo per la sicurezza, la salute o l’ambiente. Da qui la richiesta del fermo delle navi e il conseguente ricorso al Tar Sicilia della Sea Watch, per l’annullamento dei provvedimenti, perché le capitanerie sarebbero andate oltre il potere attribuito alle autorità di approdo, secondo la direttiva 2009/16.

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Il rinvio pregiudiziale del Tar e la Grande Chambre

I giudici amministrativi, con ordinanza n. 2974/2020, hanno sollevato questioni di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, relative ad una lettura - in linea con il diritto internazionale - della direttiva 2009/16/Ce, sul controllo delle navi da parte dello Stato di approdo e delle Convenzioni internazionali sul diritto marittimo. Risposte che i giudici amministrativi hanno chiesto attraverso un’ istanza di procedimento accelerato, prevista dal Regolamento di procedura.

E la Corte Ue si è espressa nella sua formazione più autorevole. La Grande Chambre di Lussemburgo ha chiarito che la direttiva 2009/16 è applicabile, in linea di principio, a qualsiasi nave che si trovi in un porto o nelle acque soggette alla giurisdizione di uno Stato membro e batta bandiera di un altro Stato membro. Comprese le navi gestite dalle organizzazioni umanitarie. Scopo della direttiva è migliorare il rispetto delle norme di diritto internazionale e della legislazione dell’Unione relative alla sicurezza in mare, alla tutela dell’ambiente marino e alle condizioni di vita e di lavoro a bordo. Una norma europea da interpretare tenendo conto del diritto internazionale che gli Stati membri devono rispettare, in quanto sovraordinato a quello interno. A cominciare dalle Convenzioni sul diritto del mare per la salvaguardia della vita umana in mare .

La direttiva sul controllo delle navi

La prima prevede l’obbligo fondamentale di prestare soccorso alle persone in pericolo o in difficoltà in mare. La seconda dispone che le persone che si trovano, in seguito ad un’operazione di soccorso, a bordo di una nave, come la Sea Watch, non devono essere “contate” nel corso della verifica sul rispetto delle norme di sicurezza in mare. Perché, è di per sé irrilevante e non giustifica il controllo, il fatto che il numero di persone a bordo sfori di molto il tetto consentito. Tuttavia, una volta che la nave ha completato lo sbarco o il trasbordo delle persone in un porto, lo Stato di approdo può sottoporla a un’ispezione diretta a controllare il rispetto delle norme di sicurezza. Il Paese che lo fa, deve però dimostrare, in maniera concreta e circostanziata, l’esistenza di indizi seri di un pericolo per la salute, la sicurezza, le condizioni di lavoro a bordo o l’ambiente. Sarà poi il giudice del rinvio a verificare il rispetto delle prescrizioni.

I poteri dello Stato di approdo

Per quanto riguarda l’estensione dei poteri dello Stato di approdo, la Corte precisa che questo può, per dimostrare l’esistenza di indizi seri di un pericolo, chiedere di tenere conto che le navi, classificate e certificate come navi da carico dallo Stato di bandiera sono, in pratica, utilizzate per un’attività sistematica di ricerca e soccorso di persone.

Quello che lo Stato di approdo però non può fare è imporre che venga provato che le navi dispongono di certificati diversi da quelli rilasciati dallo Stato di bandiera o che rispettino tutte le prescrizioni applicabili a una diversa classificazione. Rientra nei poteri dello Stato di approdo anche la possibilità di adottare le azioni correttive, «adeguate , necessarie e proporzionate» nel caso siano riscontrare delle carenze.

La leale collaborazione con lo Stato di bandiera

Per quanto riguarda la revoca del fermo - sottolinea la Corte Ue - il Paese di approdo non può subordinarla al possesso di certificati diversi da quelli rilasciati dallo Stato di bandiera. E nel caso di carenze, che possono rappresentare un pericolo per la sicurezza in mare tanto da giustificare lo stop, il principio da seguire è quello della leale collaborazione tra Stati. Stato di approdo e di bandiera devono dunque cooperare esercitando il loro legittimi poteri.

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