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Social network e politica, così si applica la censura preventiva

Chi prova a commentare sulla pagina Facebook di Salvini usando parole come “49 milioni”, “Berlusconi” o “Siri”, viene censurato automaticamente. Ecco come funziona una black list

di Biagio Simonetta


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3' di lettura

Uno strumento analitico che dia stime precise non esiste. Se ci fosse, però, l'analisi sull'impatto dei social network sull'ascesa politica di Matteo Salvini darebbe percentuali enormi. Il leader leghista, negli anni, ha saputo sfruttare le potenzialità delle piattaforme digitali, anche investendoci denaro (125mila euro nel mese precedente le elezioni europee). Salvini, soprattutto su Facebook, ha dato vita a una macchina elettorale con un motore da supercar. Ha replicato, con le dovute proporzioni, quanto fatto da Donald Trump negli Stati Uniti.
Nelle ultime ore, però, è emerso che il leader leghista, o meglio, i suoi social media manager, hanno deciso di ricorrere alla censura preventiva. Una scelta non molto in linea con i principi fondanti della social media society. Chi prova a commentare sulla pagina Facebook di Salvini usando parole come “49 milioni”, “Berlusconi” o “Siri”, viene censurato automaticamente. E il motivo sembra abbastanza chiaro: i tre argomenti non sono il massimo, per la strategia di comunicazione del vicepremier. I 49milioni spariti, le alleanze con Berlusconi e il caso del sottosegretario indagato, sono capitoli spinosi per la Lega. Così, le tre parole chiave sono state inserite in una black list che blocca tutto sul nascere.

Come funziona una black list
Ma come funziona la censura preventiva su una pagina Facebook? Partiamo col dire che lo strumento di blocco pensato dal social network nasce con fini ben precisi: evitare parolacce e insulti fra i commenti. Chiunque amministri una pagina Facebook può usufruirne. Per attivare i filtri basta andare fra le impostazioni generali e cercare la voce “moderazione della pagina”. Qui, Facebook mette a disposizione dell'utente un form dove inserire tutte le parole da bloccare. Basta digitarle nell'apposita area, separandole con delle virgole, e il gioco è fatto. In rete, inoltre, esistono file .CSV già compilati con tutte le parolacce più comuni da poter caricare. Ogni commento contenente una delle parole inserite in elenco verrà bloccato prima ancora della pubblicazione. Ed è Facebook stessa a spiegarlo: «Per diminuire la quantità di contenuti inappropriati, puoi aggiungere delle parole chiave per evitare che siano visibili sulla tua Pagina. Se una di queste parole chiave viene usata in un post o commento, verrà contrassegnata automaticamente come spam. Uno degli amministratori della Pagina può approvare o eliminare il contenuto».

Da Salvini a Trump
Chiaramente, il caso Salvini ha catalizzato attenzioni sull'argomento. Ma questa forma di censura viene usata solo dal leader leghista? È difficile dare una risposta certa. Se una pagina blocca alcune parole, l'unico metodo per scoprirlo è quello di provare a inserire commenti per verificare l'eventuale ban. Non esiste alcun elenco visibile delle parole bloccate. Si va per tentativi, insomma. Al momento, però, il caso di Salvini sembra abbastanza isolato. Le cronache politiche sui casi di censura online riportano a Donald Trump. L'account Twitter del presidente degli Stati Uniti è finito più volte nell'occhio del ciclone per aver bloccato molti utenti critici nei suoi confronti (compreso Stephen King). Questa vicenda, però, è finita in tribunale, e un giudice di New York ha stabilito che il presidente americano non può bloccare gli utenti su Twitter, perché è un'azione che viola il primo emendamento della Costituzione (quello sulla libertà di parola e di espressione). Per il tribunale, @realDonaldTrump è un account politico ufficiale e non personale. Da qui il divieto di censura.

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