Lo studio

Società non quotate, ancora poche le donne e i giovani nei cda

di Valeria Zanetti

3' di lettura

Poche interconnessioni tra cda, nei quali la presenza di donne e di giovani resta marginale. Un ecosistema di governance non proprio ideale, per uscire dalle difficoltà post Covid.

Le 110mila società di capitali non quotate del Triveneto diventano per la prima volta oggetto di studio e finiscono sotto la lente dell’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Treviso e del Venice centre in Economic and risk analytics for public policies (Vera) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che hanno analizzato la composizione dei loro consigli di amministrazione e collegi sindacali.

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La crisi determinata dalla pandemia ha colpito le tante società di capitali di Nordest, per lo più di medie dimensioni, che non hanno mai fatto ingresso in Borsa. Per sostenerle nella congiuntura, serve conoscerle a fondo. Questo il motivo dell’indagine condotta dal gruppo di lavoro coordinato da Camilla Menini consigliere Odcec di Treviso su banca dati Aida-Bureau van Dijk. L’elaborazione dei risultati è invece stata affidata a Roberto Casarin ordinario di Ca’ Foscari e direttore del centro Vera, con Tullio Buccellato, economista di Confindustria Roma, e Riccardo Busin, ricercatore di Ca' Foscari.

I NUMERI
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«Quando si parla di analisi sulla governance delle società, si pensa alle quotate, da anni osservate speciali - ragiona Menini – Per la prima volta, con questa ricerca approfondiamo il tema delle dinamiche di “potere” e “controllo” delle non quotate». Su uno degli esiti più significativi, pone subito l'accento Casarin. «I legami determinati dalla presenza di uno stesso amministratore nei cda di due o più società, il cosiddetto interlocking directorate, consentono di rispondere in modo efficace alle sfide imprenditoriali e alle difficoltà del momento», rileva. «Tuttavia, la ricerca sul Triveneto evidenzia disomogeneità territoriale e settoriale del fenomeno, e notevoli differenze tra imprese di grandi, medie e piccole dimensioni», afferma.

L’analisi è stata condotta precisamente su 107.079 società di capitali con sede legale in Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. I cda sono costituiti da 218.163 componenti: 169.878 uomini (78%) e 48.285 donne (22%). Nei più grandi, l’83% dei posti è occupato da uomini e il 17% da donne, presenza quest’ultima che cresce man mano che le dimensioni aziendali si assottigliano. «Ipotizziamo che ciò sia dovuto alla gestione familiare, unita alle facilitazioni previste per l’imprenditoria femminile che hanno spinto nell’ultimo periodo verso la nascita di numerose società a trazione rosa, di piccole dimensioni, perché ancora nella fase di sviluppo», osserva Menini. Per quanto riguarda la situazione degli organi di controllo, invece, sono state coinvolte 7.541 società con 28.586 sindaci, compresi i supplenti: 22.834 uomini (80%), e 5.752 donne (20%).

Il focus sull’interlocking directorate rivela che il numero medio di amministratori “in comune” nel Triveneto è pari a 3,7. Nel rapporto tra imprese e connessioni, si distinguono le società di Bolzano, Trento e Treviso, che prediligono però collegamenti interni alla provincia. Mentre le società del Padovano, Veronese e Vicentino sono in fondo alla classifica.

Le realtà che nella governance denotano una maggiore apertura alle contaminazioni da fuori provincia si trovano a Gorizia (67%), Pordenone (53%), Belluno (47%), Rovigo (42%) e Trieste (40%). Seguono Udine (38%), Padova e Venezia (37%), Trento (31%), Treviso (29%), Vicenza (28%), Verona (25%) e infine Bolzano (15%). In pratica laddove si riscontra meno disponibilità di figure o professionisti adeguati a tenere le redini di governace e controllo societario, le imprese cercano altrove. Ma dove c'è più scelta, si pesca sul territorio. Generalmente, quindi, la propensione a considerare l’interlocking una risorsa è ancora bassa.

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