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Società petrolifere deluse dalla Borsa (ma non dai bond)

di Sissi Bellomo

(Reuters)

3' di lettura

Il mercato obbligazionario sembra essere rimasto l’unico fedele alleato delle compagnie petrolifere. Le emissioni di bond – in particolare tra le società dello shale oil, le più rischiose in termini di solvibilità – sono tornate a moltiplicarsi, raccogliendo fondi a un ritmo che non si vedeva dal 2014, quando il petrolio valeva più di 100 dollari al barile.

Il mese scorso l’offerta nel segmento high yield ha sfiorato 7 miliardi di dollari, un livello che in ottobre è già stato superato. Tra le società investment grade in settembre si sono contate 19 emissioni per un totale di 15,2 miliardi di dollari, l’importo più elevato tra i settori non finanziari.

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In Borsa per contro è una delusione su tutta la linea. I collocamenti di azioni, che fino all’anno scorso erano stati un’importante fonte di finanziamento per le società medio-piccole, si sono diradati: da un record di 34,3 miliardi di dollari raccolti nel 2016 si è crollati ad appena 5,7 miliardi nei primi nove mesi di quest’anno, secondo Dealogic.

L’interesse degli investitori è scemato anche nei confronti dei fondi azionari specializzati nel settore energia: i flussi al 20 ottobre ammontavano a circa 1,3 miliardi di dollari secondo Epfr Global, una cifra molto lontana dagli oltre 6 miliardi dell’intero 2016 e distante anni luce dai 20 miliardi del 2015.

Del resto la performance del comparto in Borsa da tempo non riserva soddisfazioni e continua ad essere molto debole persino oggi, nonostante le quotazioni del petrolio abbiano ricominciato a salire.

Il Brent ormai scambia sopra 58 dollari, in rialzo di quasi il 14% rispetto a un anno fa, ma l’indice azionario Msci World Energy è avanzato di appena il 3%. Il contrasto rimane stridente (oltre che insolito) se si osservano gli ultimi tre mesi: +16% a fronte di un +6% scarso per i titoli del settore. Storicamente la correlazione è sempre stata molto forte, addirittura del 75% nell’ultimo decennio fa notare Bmi Research.

Negli Stati Uniti, dove sono quotati parecchi produttori di shale oil, va ancora peggio: nonostante il listino di Wall Street continui a macinare record, la componente energia dell’S&P 500 ha perso circa il 3% negli ultimi dodici mesi.

Eppure le Major hanno fatto passi da gigante nel rafforzare i bilanci dopo la crisi, recuperando redditività e dimostrando di essere in grado di convivere col barile a 50 dollari.

I conti del terzo trimestre, in pubblicazione da questa settimana, dovrebbero peraltro evidenziare ulteriori progressi: le maggiori compagnie integrate (ExxonMobil, Chevron, Royal Dutch Shell, Bp e Total) secondo Jeffries esibiranno un cash flow operativo di 34 miliardi di dollari complessivi, un record da due anni.

Persino nel settore dello shale oil c’è qualche segnale di un cambio di prospettive. Le società, spinte in molti casi da fondi attivisti, stanno iniziando ad abbandonare il mantra della crescita ad ogni costo, per focalizzarsi di più sulla capacità di generare profitti e remunerare gli azionisti. Significativo a questo proposito è stato il buyback da 2,5 miliardi di dollari annunciato il mese scorso da Anadarko Petroleum.

A parte rare eccezioni, i frackers devono comunque passare dalle parole ai fatti per riconquistare il favore del mercato.

Più difficile interpretare le cause del declino di interesse per Big Oil. Gli investitori forse sono ancora scottati dalle perdite degli ultimi anni o forse non si fidano della ripresa delle quotazioni del petrolio, che molti analisti giudicano tuttora fragile.

«Durante la crisi c’è stata una tale sofferenza – osserva JpMorgan – che la gente ora esita a tornare a puntare sugli stessi nomi», tanto più che molte società petrolifere trattano ancora a multipli piuttosto elevati, aggiunge la banca.

Secondo altri analisti a penalizzare il settore in borsa potrebbero anche essere le scarse prospettive di crescita, dopo il feroce taglio dei costi e degli investimenti effettuato per sopravvivere alla crisi.

Altri osservatori offrono anche un’interpretazione “ideologica”: «Molti gestori di fondi oggi sostengono di avere un’esposizione minima al settore – ha dichiarato Julian Chillingworth, chief investment officer di Rathbones, al Wall Street Journal – L’idea è che stiamo andando incontro a un’era in cui probabilmente consumeremo sempre meno petrolio».

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