MICROCOSMI

Società più coese con nuove rappresentanze

di Aldo Bonomi


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Un momento dell’incontro di Cerignale “Transumanza-Libri e lettori in movimento”

3' di lettura

Mi sarebbe venuto un «Microcosmo» agostano su vacanze, turismi e terre alte dei piccoli comuni. Reduce da Cerignale, Alta Val Trebbia, dove il sindaco Massimo Castelli (presidente dell’Anci piccoli Comuni), ha premiato Carlin Petrini, Ermete Realacci, Michele Serra e il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, come amici dei piccoli Comuni.

Abbiamo fatto seguire un dibattito-riflessione sul destino delle terre alte guardando alla calura insalubre da crisi climatica delle terre basse. In alto, il vuoto dei paesi abbandonati e, in basso, il pieno dei capannoni. E abbiamo visto, guardando a Roma, il salire delle nebbie della crisi politica. Che per me altro non è che il continuare a cercare come mettere in mezzo tra economia e politica la società. Ci avevo ragionato negli ultimi passaggi governativi con le fantasmagoriche convocazioni tra Palazzo Chigi e il Viminale (novità dei tempi) delle parti sociali. Temevo fossero fantasmi di una concertazione in disuso da molto tempo o solo un’allegoria di miti e riti del Novecento che non è più. Nel secolo breve il confronto con le parti sociali, questa radice etico-umanistica delle élite produttive e del mondo del lavoro, è stato il prodotto non solo di culture e soggettività particolari, ma anche del modello economico-sociale regolativo nel quale imprese e lavoro erano cardini di una capacità regolativa della società di mezzo, delle rappresentanze, del conflitto mediato dalla politica che era portato storico del paradigma manifatturiero.

La trasformazione economica e politica con la globalizzazione, l’imporsi del salto tecnologico e del digitale, hanno scardinato questa corrispondenza tra corpi sociali, processi economici e forme istituzionali. Era la società dei produttori e in questa “natura” trovava radici sia la cittadinanza, altro elemento in crisi, che la coesione sociale. Si era prodotta una società dei ceti medi che aveva come radice la consapevolezza del produrre e non solo del consumare. Un invaso sociale di cui politiche e rappresentanze costituivano, in un certo senso, le “sartorie” che tagliavano e cucivano il vestito istituzionale adatto ai corpi sociali.

Il paradigma manifatturiero si confronta oggi con il tema largo dell’innovazione accelerata che produce reddito e profitto, consenso e messa al lavoro della vita quotidiana e della società da parte dell’infrastruttura tecnologica e dei “padroni dell’algoritmo”, ma meno redistribuzione e finalità sociali allargate. Perciò, il problema del fare società non riguarda solo la metamorfosi delle economie, ma è un problema di crisi profonda delle rappresentanze e della società di mezzo essendosi consumate le condizioni che allineavano riproduzione del capitalismo e riproduzione sociale. La famosa “quadratura del cerchio” tra economia, società e democrazia di cui scriveva Ralf Dahrendorf.

La crisi di questo modello impone la creazione di strumenti narrativi e interpretativi diversi per capire come si crea senso e consenso. Da qui, l’esigenza di forme di rappresentanza che provino a ripensare una formazione collettiva umanistica capace di accompagnare le persone nel salto tecnologico e nelle metamorfosi. Occorre interrogarsi su che cosa significhi rappresentare i contadini e il fare agricoltura nella visione di Carlin Petrini o fare impresa artigiana o commerciale non nello storytelling, ma nelle reti di prossimità delle imprese “che non volano” e fanno impresa, commercio sul territorio. Temi che rimandano ai distretti, a ciò che resta del capitalismo molecolare, al commercio che si trova in mezzo tra grande distribuzione e Amazon che sta nel fondo valle di Cerignale, laggiù verso Piacenza.

Il che ci riporta al fare Confindustria nell’epoca della green economy evocata da Ermete Realacci come ultima speranza di un attraversamento ecologico della crisi. Per arrivare al sindacato e al suo strabismo necessario per rappresentare nella moltitudine sociale, la disperazione e l’innovazione. Da una parte i lavori che vengono meno, che sono tanti, dall’altra un esercito di nuovi lavori che attraggono con la potenza dei mezzi senza redistribuire senso e reddito.

L’incontro di Cerignale da cui sono partito era titolato “Il margine che si fa centro”. Viste le nebbie della crisi politica, credo che non sia solo questione di differenze territoriali partendo dai piccoli Comuni, ma anche questione di differenze sociali da rimettere in mezzo alla crisi politica.

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