Ex zona rossa

Software, panetterie e kebab: Lodi si rialza dalla crisi

Lo scatto di Zucchetti: quasi tutti i dipendenti in smart working e un programma di monitoraggio regalato all’ospedale. Record di ordini per il forno industriale Galimberti

di Raffaella Ciceri

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Uno dei punti vendita del panificio «I Galimberti» di Casalpusterlengo

Lo scatto di Zucchetti: quasi tutti i dipendenti in smart working e un programma di monitoraggio regalato all’ospedale. Record di ordini per il forno industriale Galimberti


4' di lettura

Sulle scrivanie ci sono ancora i post-it con gli appunti di venerdì 21 febbraio, a fianco dei monitor spunta anche qualche scolorina. «Avevamo appena lanciato il nostro primo programma di smart working per la sede di Genova e stavamo per partire con Roma e Napoli. Diciamo che eravamo quasi pronti per tutte le sedi. Ma certo non immaginavamo di dover svuotare gli uffici di Lodi in un giorno».

È stato uno tsunami quello che si è abbattuto anche sul Gruppo Zucchetti un mese e mezzo fa, con il primo caso di coronavirus a Codogno. «In mattinata abbiamo diffuso una circolare a tutti i dipendenti della sede di Lodi invitandoli ad andare a casa, nel pomeriggio abbiamo ordinato 400 pc portatili che ci mancavano», spiega Cristina Zucchetti, responsabile risorse umane della software house lodigiana, che con i suoi 6mila dipendenti (1.800 a Lodi) e 950 milioni di fatturato di gruppo è leader in Italia nel suo settore. Chi aveva un pc portatile l'ha portato con sé, agli altri è stato raccomandato di lasciare il computer acceso per permettere ai sistemisti di remotizzare le postazioni nel weekend. «Entro quattro giorni, in accordo con la protezione civile, abbiamo consegnato i portatili anche ai dipendenti in zona rossa», continua Cristina Zucchetti. Per i dipendenti Zucchetti lo smart working oggi è quasi totale: solo una settantina su 6mila sono operativi fuori casa, per l'assistenza che proprio non può essere svolta da remoto. E la rivoluzione targata Zucchetti oggi è una fortuna per i 600mila clienti: «È calata l'assistenza ai clienti del turismo e ristorazione, ma non possiamo rallentare l'attività delle nostre divisioni che si occupano di buste paga, rilevazione presenze, fatturazione elettronica: fortunatamente eravamo pronti allo smart working».

Evidentemente in Zucchetti erano pronti anche ad altro, per esempio al salto di qualità nei software di telemedicina che ha permesso di sostenere la gestione dell'emergenza all'ospedale Maggiore di Lodi. «Abbiamo contattato il direttore generale dell'ospedale per una donazione, pensavamo di comprare dei respiratori – racconta Cristina Zucchetti -. Ma il direttore ci ha spiegato che l'urgenza era un'altra, immaginava che a breve non sarebbero più bastati i posti letto e serviva una soluzione per dimettere i pazienti che avevano superato la fase acuta ma avevano bisogno di un monitoraggio costante». È nato così Zcare, un nuovo software che dopo Lodi è già in uso gratuito anche negli ospedali di Crema e Pavia. Frutto del lavoro di squadra di quattro società del gruppo specializzate in telemedicina, intelligenza artificiale, IoT e sicurezza informatica, il software raccoglie i dati dei saturimetri assegnati a domicilio ai pazienti, per monitorare da remoto temperatura corporea, saturazione e battito cardiaco.

Impianti per climatizzazione aziendale installati dalla Mammone

Tra chi non può proprio permettersi di lavorare da remoto si sono le aziende impegnate nei servizi alle imprese. Come la gestione calore: la Mammone cura impianti di riscaldamento e raffrescamento dalla sua sede di Lodi, nel polo industriale di San Grato, alimentata con un impianto geotermico che era stato tra i primi sul territorio. Dei 18 dipendenti, ne lavorano la metà: «Con il fermo delle scuole e di gran parte dell'industria lavoriamo meno – conferma il titolare Raffaele Mammone -. Ma resta indispensabile l'assistenza a caldaie e impianti nei condomini, nelle case di riposo, e in produzioni delicate come le aziende agricole, gli allevamenti zootecnici e i caseifici».

Smart working inesistente ovviamente per la filiera agroalimentare, che tra Lodi e Codogno vanta soprattutto produzioni lattiero casearie, e per chi il pane non può farlo mancare sulla tavola dei lodigiani: «Da 5 quintali di pane al giorno siamo passati alla metà – racconta Giovanni Galimberti, titolare dell'omonima azienda di fornai pasticceri dagli anni Sessanta, 15 dipendenti -. È ferma la nostra fornitura per le mense scolastiche e aziendali e per tutti i bar e ristoranti, ma è aumentata la richiesta per i negozi di alimentari, soprattutto nei comuni più piccoli». Dove, come nei supermercati, vanno a ruba anche lievito, uova e farine.

Ma dalla ex zona rossa arrivano anche casi paradossali. Come quello di Anatolia srl, lo stabilimento voluto con un investimento di 5 milioni di euro a Casalpusterlengo da Taylan Arslan, francese di origine curdo-turca residente a Codogno dal 2013. Un impianto progettato per essere «il più moderno al mondo nella produzione di kebab», con 3.200 metri quadrati coperti e 57 dipendenti pronti a entrare in servizio proprio dal fatidico lunedì 24 febbraio, quando per i 10 comuni del Lodigiano è scattato l'isolamento. E la data di avvio all'attività è slittata. «Esportiamo soprattutto in Francia ma vorrei entrare anche nel mercato italiano», racconta Taylan Arslan. Dopo la quarantena lo stabilimento ha avviato la produzione per una settimana, «poi l'emergenza si è estesa in tutta Europa, la Francia ha chiuso ristoranti e bar, e io ho fermato di nuovo tutto».

I dipendenti sono in cassa integrazione. «Nelle prime settimane ero molto stressato: il danno economico, la responsabilità per i dipendenti, il portafoglio clienti. Ora mi rendo conto di essere fortunato a stare bene: potremo andare avanti, se necessario ricominciare da zero. Prima del coronavirus andavamo tutti troppo veloce, questo fermo ci sta portando inevitabilmente a rivedere le nostre priorità. Dobbiamo assolutamente trarne una lezione».

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