intervista a tony may

«Sogno la mia scuola per chef in Sicilia. Ma nessuno vuole investire»

Il guru della cucina italiana negli Usa: creare un polo dedicato agli stranieri per l'educazione culinaria


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4' di lettura

È stato, negli ultimi due anni, una specie di pellegrino: in giro per la Sicilia alla ricerca di un luogo dove creare una scuola di cucina per stranieri sul modello di altre fondate e fatte crescere altrove. Accompagnato da Daniele Cipollina, imprenditore palermitano del settore comunicazione, Tony May, guru della cucina italiana negli Stati Uniti e dunque nel mondo, è stato a Cefalù, a Taormina, a Palermo, sui Nebrodi. Ma nulla è accaduto: non ci sono immobili né progetti concreti né fondi da investire in questa iniziativa. E lui, si è stancato. «Vede, a me la Sicilia piace molto e credo in questa terra ma abbiamo avuto difficoltà – dice - non abbiamo raccolto entuasiasmo per questo progetto». Tanti sorrisi, molte pacche sulle spalle, tante riunioni con questo o quell’amministratore, ma nessun passo avanti concreto nonostante May abbia dimostrato con i fatti che il modello funziona: basta vedere cosa accade a Costigliole D’Asti dove May nel 1991 ha fondato l’Istituto culinario italiano per stranieri. May, che oggi vive in Marocco ma continua a essere residente negli Stati Uniti, è un ottantenne che ha fatto la storia della cucina italiana negli States prima con il ristorante Palio, poi con il San Domenico e poi ancora Gemelli e Pasta Break alle Twin Towers, distrutti l’11 settembre, e infine l’SD26 che ha venduto nel 2015: «Non riesco più a fare il mestiere come piace a me, passare tempo in sala con i miei clienti - ha spiegato ad America Oggi -. Sono costretto a passare il tempo a trattare con regole messe in piedi da un governo che non capisce questo business».

E in Sicilia? Cosa è successo?
Nessuno ha trovato i fondi per poter andare avanti. Un peccato io credo perché penso che la Sicilia meriti una scuola per stranieri sul modello di Costigliole d’Asti. E penso anche che in Sicilia vi sia la volontà di farla ma i soldi devono venire da qualche parte.

È questo il punto: la volontà non basta. Lei che idea si è fatto?
Io non sono pratico di burocrazia siciliana. Posso solo dire che se i fondi non ci sono non si può andare avanti. In Piemonte i fondi sono arrivati dalla Regione e dall’Unione europea. Se questo progetto potesse essere presentato direttamente all’Unione europea probabilmente andrebbe avanti. Costigliole d’Asti è stata finanziata al 70% con fondi pubblici: abbiamo ristrutturato immobili, abbiamo creato le condizioni per creare una scuola dedicata all’educazione culinaria italiana per stranieri nel mondo. E funziona.

I soldi dunque. Quanto serve?
Dipende dalla condizione della struttura individuata. Secondo noi non meno di tre o quattro milioni per fare un lavoro serio. Per poter realizzare questa iniziativa noi abbiamo fatto investimenti importanti. E la Sicilia ha tutte le condizioni per averne una. Voi siciliani avete tutto: la bellezza, eccellenti produzioni agricole, professionisti. Tutto quello che serve per fare una scuola. Ecco perché continuo a non capire. Secondo me la scuola sarebbe un plus per far conoscere meglio il patrimonio siciliano di cui parlavo. Le bellezze naturali e artistiche, le eccellenze dell’agroalimentare.

Oltre alla struttura, mi sembra di capire, non bastano solo le aule o le cucine altrimenti basterebbe un istituto alberghiero.
No, non è di questo che parliamo. Agli stranieri che frequentano queste scuole servono tante cose: l’accoglienza, docenti che parlino le lingue, ma anche campi da tennis, piscine. Insomma una struttura che metta gli ospiti a loro agio che dia loro la possibilità di esplorare e di imparare la buona cucina.

Ha provato a coinvolgere i privati?
Gli investimenti privati non sono facili da avere ecco perché insisto nel dire che servono soldi pubblici: quelli europei in questo caso sarebbero ben spesi.

Lei insiste sul pubblico, perché?
Vede io ritengo che l’interesse sia pubblico. Con la fondazione della scuola a Castigliole d’Asti abbiamo messo sulla carta geografica, abbiamo evidenziato per dirla meglio, un luogo che nessuno conosceva. Lì abbiamo fatto eventi importanti e ancora oggi viene fatta tutta una serie di cose che coinvolge rappresentanti di tutto il mondo. Eventi che possono risultare molto utili anche per far conoscere l’industria agroalimentare. È stato fatto un investimento che ha portato e porta benefici a tutta la comunità nel lungo periodo. Un investimento che prescinde dai posti di lavoro creati: alla scuola, per dire, serve una brigata di 25 persone per mandare avanti la macchina della cucina e non solo. Per tornare a noi: la scuola poteva essere, potrebbe essere, un riferimento della Sicilia nel mondo. Si andrebbe ad affiancare alle altre che noi abbiamo ed entrerebbe nell’offerta che facciamo grazie ai nostri 25 punti di raccolta soprattutto in Asia.

So che lei ha incontrato anche Sir Rocco Forte, che è proprietario del Resort Verdura e ora anche di Villa Igiea che, se non ricordo male, è una delle sedi che avevate ipotizzato.
Sì, io sono un appassionato di golf e sono stato ospite del Verdura alla fine di agosto. Ho incontrato Rocco Forte ma lui in questo momento è molto preso dal progetto di Villa Igiea e difficilmente potrà essere interessato a un progetto di questo tipo. Rocco Forte ha una visione del futuro molto chiara e si sta preparando adeguatamente ad affrontare le cose.

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