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Soldi sotto il materasso, pessimo affare: in 20 anni mille euro sono diventati 588

Cash e conti vengono erosi dall’inflazione: in 20 anni mille euro sono diventati 588

di Morya Longo


Conti correnti, arriva la guida per risparmiare con i tassi a zero

3' di lettura

È un’occasione persa per le famiglie. È un’occasione persa per quell’economia reale di cui si auspica da sempre il rilancio. E, in fondo, è l’ennesimo simbolo di un Paese bloccato. Che di occasioni ne perde tante. I circa 1.400 miliardi di euro tenuti in contanti o su depositi bancari da famiglie e aziende italiane (300 in più in 10 anni) questo sono: occasioni perse.

Per le famiglie tenere un terzo dei risparmi in contanti o su conti significa farseli erodere dall’inflazione: in termini reali, mille euro lasciati cash 10 anni fa oggi equivalgono infatti a 875 euro in termini di potere d’acquisto. Per le imprese, che secondo la Banca d’Italia solo da gennaio hanno aumentato la liquidità sui conti da 265 a 304 miliardi di euro, significa tenere i soldi parcheggiati invece di investirli.

Famiglie più povere, investimenti più rarefatti: troppa liquidità bloccata a questo porta. Ciò non significa che i risparmi non vadano tenuti sui conti. Non significa rinunciare alla prudenza. Significa però che non bisogna esagerare. Una gestione più equilibrata della ricchezza potrebbe trasformarsi da occasione persa a volàno per il Paese.

La tassa chiamata inflazione

I calcoli realizzati da AdviseOnly per Il Sole 24 Ore sono eloquenti. Chi avesse messo mille euro sotto il materasso 20 anni fa, oggi avrebbe ancora mille euro in termini nominali. Ma in termini reali, cioè tenendo conto che la pur minima inflazione riduce il potere d’acquisto, quei mille euro oggi varrebbero 588 euro. Di fatto la metà. Chi avesse messo gli stessi mille euro sotto il materasso 10 anni fa, invece, oggi in termini reali ne avrebbe 875. Chi l’avesse fatto 5 anni fa, oggi si troverebbe 967 euro.

Per quanto riguarda i conti correnti la situazione è anche peggiore. Ormai offrono rendimenti praticamente a zero. In media (unendo conti e conti deposito) secondo la Banca d’Italia si arriva allo 0,37%. Sui soli conti correnti il tasso è invece dello 0,04%. E anche in Italia è iniziato il dibattito sui tassi negativi sopra certe soglie. Sui conti, poi, ci sono le spese di gestione: nel 2018, secondo la Banca d’Italia, sono state pari a 86,9 euro. Morale: guardando il panorama delle varie banche, ormai sui conti correnti i costi superano gli interessi.

Sotto il materasso o sul conto, dunque, la ricchezza appassisce. Senza fare rumore. Nella storia gli investimenti finanziari hanno invece reso di più: gli stessi mille euro investiti sulle Borse globali 20 anni fa, secondo i calcoli di AdviseOnly sarebbero diventati in termini reali 2.154 euro. In 10 anni 2.241. Gli stessi mille euro investiti bond globali dopo 10 anni sarebbero diventati 1.156 e dopo 20 anni 2.127. È vero che i mercati sono rischiosi e volatili e che le performance del passato non sono indicative sul futuro. Ma è anche vero che negli ultimi 100 anni - secondo uno studio di Robeco - azioni e bond hanno battuto il rendimento del cash: in termini reali dell’1% medio annuo per i bond e del 4,2% per le Borse. Pur con tutta la prudenza del caso e con una buona diversificazione, sono numeri da non cestinare a priori.

Più cash, meno investimenti

C’è poi un secondo tema: quello degli investimenti nell’economia reale. Prendiamo le imprese non finanziarie, che da gennaio hanno aumentato i soldi sul conto corrente di quasi 40 miliardi di euro. Se si sommano le famiglie produttrici, cioè le micro-imprese, la cifra sale di altri 5 miliardi. Questi sono soldi che le imprese avrebbero potuto investire in impianti, in acquisizioni, in assunzioni. Almeno in parte. Invece sono rimasti fermi. A tassi zero.

Più sottile il discorso per le famiglie. Le banche usano infatti i depositi della clientela come fonte di raccolta, con cui poi erogano credito alle imprese. Ridurre la giacenza sui conti può dunque togliere alle banche un po’ di “linfa” per erogare credito. Del resto, però, i soldi tolti dai conti e investiti in economia reale (in azioni o obbligazioni, dunque in imprese) vanno a loro volta a far crescere l’economia. Sul mercato esistono anche strumenti (come i Pir o gli Eltif) che a piccole dosi (hanno una elevata componente di rischio) permettono ai risparmiatori di finanziare le Pmi italiane. Ovviamente non esiste il mix perfetto tra conto e investimenti. Ognuno ha la sua propensione al rischio, le proprie esigenze, il proprio orizzonte temporale. Ma - sui grandi numeri - basterebbe un minimo “disgelo” di quei 1.400 miliardi cash o sui conti, che gli italiani potrebbero - pur senza sostituirsi al Governo o ai grandi investitori - dare linfa a se stessi e al proprio Paese.

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