Le ragioni del multilateralismo

Solidarietà tra Paesi per gettare le basi di società sostenibili

di Pietro Pustorino e Jorge Viñuales

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il decennio 2020-2030 sarà cruciale per il rapporto fra uomo e natura. La decisione da prendere è semplice, ma complessa da mettere in pratica. La scelta può essere di continuità rispetto al passato, dando luogo, in tempi molto più brevi di quanto si immagina e senza che la maggior parte della popolazione se ne renda conto, a effetti catastrofici e irreversibili per l’ambiente e per l’uomo. Una parte dell’umanità subirà questi cambiamenti senza doverne sopportare – perlomeno nella quotidianità e sul breve periodo – le conseguenze per ragioni anagrafiche, economiche o geografiche. Ma, prima o poi, la catastrofe ambientale riguarderà l’intera popolazione mondiale e colpirà con certezza le generazioni future.

Esiste tuttavia la possibilità di una discontinuità, non solo di facciata, rispetto al passato. È ancora possibile generare rapide e significative trasformazioni politiche ed economiche capaci di invertire la rotta e instaurare un rapporto equilibrato con l’ambiente. Queste trasformazioni spettano ai governi nazionali e alle istituzioni internazionali, ma passano anche dalle decisioni e dai comportamenti dei singoli individui nonché di enti pubblici e privati. Da questo punto di vista, le università e i centri di ricerca devono fare la loro parte. Del resto abbiamo già visto i risultati straordinari ottenuti in diversi Paesi per fronteggiare la pandemia da Covid-19, realizzati anche attraverso una virtuosa ed efficace collaborazione fra governo ed enti di ricerca privati. Questo modus operandi deve essere utilizzato anche nell’ambito della protezione del “nostro” ambiente naturale.

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Una parte dei governi nazionali si è resa conto dell’importanza della sostenibilità per lo sviluppo economico e sociale dello Stato, senza limitarsi a una generica protezione dell’ambiente, bensì garantendo un’effettiva transizione ecologica, anche con l’istituzione di enti o ministeri ad hoc, come in Francia e in Italia. Non deve però trattarsi di modifiche formali prive di effetti pratici, ma occorre ripensare e ridefinire il modo in cui le società sono organizzate sotto il profilo economico. Ciò è reso necessario anche dal fatto che la transizione ecologica, che non può più essere procrastinata, implicherà uno spostamento enorme degli interessi finanziari, con l’effetto che molte attività economiche oggi ancora redditizie non esisteranno più o andranno a estinguersi

Un esempio lampante è la crescente tendenza degli investitori internazionali ad abbandonare i combustibili fossili, in particolare il carbone. Non è necessario che questa scelta sia motivata da nobili ragioni ambientali. Gli investitori più lungimiranti si sono già resi conto dell’ineluttabile trasformazione in atto e stanno riorientando le loro risorse verso obiettivi diversi e più remunerativi. Negli ultimi anni sono avvenuti cambiamenti formidabili nei settori dell’energia, dell’alimentazione, dei trasporti e delle comunicazioni. Occorre incentivare questa tendenza per far convergere l’interesse economico con l’interesse ambientale. Ciò non è avvenuto in passato, con riguardo all’uso dei combustibili fossili, unicamente incentrato sul profitto, e deve invece essere fatto attraverso la transizione ecologica.

A livello politico, i summit come G7, G20 e Cop26, nei quali Italia e Regno Unito svolgono un ruolo centrale, offrono un’opportunità unica. Gli esempi di politiche nazionali che hanno contribuito a una conversione economica più compatibile con l’ambiente non mancano. Si pensi al rafforzamento del ricorso all’energia eolica offshore nel Regno Unito (con la riduzione dei costi a meno di un terzo rispetto ai livelli del 2010), alla diffusione di veicoli elettrici in Cina (da cifre trascurabili nel 2010 a oltre 1,3 milioni di veicoli nel 2020), all’impennata nell’uso di lampadine a Led in India (con vendite annuali moltiplicate di più di 130 volte a partire dal 2014).

Rispetto a questi obiettivi, il coordinamento internazionale – quello vero, che si traduce in solidarietà internazionale fra i Paesi, con politiche concertate che si rafforzano e integrano tra loro e prevedendo misure di sostegno a favore dei Paesi meno ricchi e tecnologici – è indispensabile. I forum internazionali, riacquisendo vitalità e autorevolezza talora mancate in passato, possono tracciare la strada verso una politica di trasformazione economica ed ecologica.

In questa prospettiva, gli istituti universitari e di ricerca devono contribuire a guidare e agevolare la transizione ecologica, con un’opera non soltanto di studio, ma di promozione di politiche ecocompatibili e loro finalizzazione sul piano operativo. Per raccogliere questa sfida gli istituti in questione devono possedere competenze forti e trasversali, sotto il profilo economico, giuridico e sociale, che garantiscano un dialogo diretto e costante fra più livelli del settore pubblico e privato. ....

Luiss Guido Carli; Università di Cambridge

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