misure anti-pandemia

Solo 9mila tracciatori anti virus e ritardi nell’esito dei tamponi

In vista di una possibile seconda ondata autunnale Puglia, Campania e Abruzzo le più lente: dai tempi troppo lunghi prima della diagnosi al numero insufficiente di detective contro il Covid

di Marzio Bartoloni

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In vista di una possibile seconda ondata autunnale Puglia, Campania e Abruzzo le più lente: dai tempi troppo lunghi prima della diagnosi al numero insufficiente di detective contro il Covid


2' di lettura

«Testare, tracciare e trattare»: delle tre T della strategia di lotta al virus quella relativa al «tracciamento» dei casi per scoprire pericolosi focolai è forse in questa fase la più importante. Soprattutto in vista di una possibile seconda ondata in autunno, ma anche ora che il Covid si manifesta per improvvise fiammate ed è cruciale che nelle Regioni si traccino tutti i contatti dei positivi. In pista ci sono al momento 9mila investigatori del Covid, 8.966 per l’esattezza. Il numero si calcola dall’ultimo report integrale ministero Salute-Iss relativo alla settimana 6-12 luglio che tra le altre cose mette in fila gli «indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti». Si tratta di un set di parametri tra i 21 complessivi che provano a misurare la cosiddetta «resilienza dei servizi sanitari preposti nel caso di una recrudescenza dell’epidemia».

I NUMERI SULLA CAPACITÀ DI TRACCIARE I NUOVI CASI
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Qui si contano le risorse dedicate al contact-tracing e «alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento». Il Governo nei mesi scorsi ha fissato una soglia minima di tracciatori: almeno uno ogni 10mila abitanti. Al momento gran parte delle Regioni hanno superato quella soglia minima, ma nel pieno della Fase due - quella di convivenza con il virus - ci sono ancora tre Regioni in ritardo: si tratta di Abruzzo (0,8 tracciatori per 10mila abitanti), Friuli (0,6) e Puglia (0,7). Ma quello che emerge è anche l’ampia differenza regionale, con il Veneto da sempre Regione in prima linea nel tracciamento con i tamponi a tappeto che ha per esempio in proporzione agli abitanti più del doppio (2,8 per 10mila abitanti) di “investigatori anti-Covid” della Lombardia (1,2).

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Mobilitazione ridotta

Basteranno 9mila tracciatori? La domanda è legittima ora che come rileva l’ultimo report Salute-Iss è «essenziale mantenere elevata l’attenzione e continuare a rafforzare le attività di testing-tracking-tracing in modo da identificare precocemente tutti i potenziali focolai. In caso contrario, nelle prossime settimane - avverte ancora il report - potremmo assistere ad una inversione di tendenza con aumento rilevante nel numero di casi a livello nazionale». Tra l’altro uno degli strumenti fondamentali per tracciare i contatti - l’app immuni - per ora non decolla (si veda altro articolo in basso) tra gli italiani.

Qualche campanello d’allarme arriva poi anche dai tempi a volte ancora troppo lunghi tra la comparsa dei sintomi e la data di diagnosi (l’esito del tampone): in particolare in Umbria dove trascorrono ben 9 giorni per avere una diagnosi di Covid. Nelle altre Regioni i tempi secondo l’ultimo report sono comunque più ridotti. I più alti sono in Puglia (5 giorni) e Campania (3,5).

Segnali di allerta da non sottovalutare

C’è infine un altro indicatore che calcola in percentuale il «numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti» calcolati sul «totale di nuovi casi di infezione confermati». Un parametro che serve a verificare se si effettuano screening immediati sui contatti. E anche qui il parametro del 100% non viene raggiunto da tutte le Regioni. Piccoli segnali di allerta, questi, da non sottovalutare per farsi trovare pronti nel caso il Covid rialzasse di nuovo la testa.

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