filiera

Solo due pettinature per il made in Italy

Sul comparto pesa anche la revisione della normativa sullo smaltimento dei rifiuti

di Carlo Andrea Finotto


2' di lettura

All’inizio della filiera ci sono loro: le pettinature. Sono un anello fondamentale e vitale della lavorazione tessile. Erano numerose in ogni distretto: da Biella a Vicenza, da Carpi a Prato. Ma, crisi dopo crisi gli anelli della filiera a minor valore aggiunto e meno strutturati sono rimasti sul terreno.

Nel distretto tessile biellese le pettinature superstiti sono due. Una di queste è la Pettinatura Lane Romagnano Sesia: sede in provincia di Novara e soci (che nella maggior parte dei casi sono anche clienti) nel Biellese: tra i principali Vitale Barberis Canonico, Reda, Lanificio Botto Giuseppe. Si tratta di aziende storiche, radicate sul territorio, con denominatore comune fatto di alta qualità e produzione totalmente made in Italy. Un gruppo di partner che tra addetti diretti e indotto dà lavoro a oltre duemila persone e realizza fatturati di svariate centinaia di milioni di euro.

Dall’azienda di Romagnano passano tonnellate di lana Merino ogni anno: lo stabilimento – che lavora 24 ore su 24 sette giorni su sette – ha una capacità produttiva tra 7,5 e 8 mila tonnellate all’anno di lana pettinata, con una finezza compresa tra i 17 e i 19 micron. Tradotto: si parla di lana di alta qualità destinata ai tessuti più sofisticati che escono dai lanifici biellesi.

«Il ciclo industriale della pettinatura inizia con l’arrivo della materia prima, la lana grezza, detta “sucida” – spiega il ceo della Pettinatura Lane Romagnano Sesia Marco Sartorelli –. La lana sucida viene prima lavata e poi trattata in modo meccanico attraverso i processi di cardatura, pettinatura e finitura». Il prodotto finito è un nastro di lana pettinata, mentre una quota minore (1-2%) è costituita da lana sminuzzata e non pettinata, detta Open top, o fibra di Mohair. La lana che esce dalla pettinatura, assemblata in “bump” – una sorta di gomitoli giganti – va ad alimentare tutte le lavorazioni a valle, fino ai tessuti e al prodotto finito. «Se si vuole una filiera made in Italy i passaggi sono questi – sottolinea Sartorelli –. La sfida con la concorrenza estera non può essere sui costi ma finalizzata a mantenere il gap qualitativo ancora presente».

Le pettinature, insomma, anello della filiera che andrebbe salvato come “il soldato Ryan” rischiano di dover sostenere un altro fronte: producono una importante quantità di scarti di lavorazione sotto forma di fanghi che, fino ad ora, rappresentano un esempio di economia circolare, essendo impiegati nel compostaggio e in ambito agricolo. La normativa specifica, però, è in fase di revisione: c’è il rischio che questi processi di smaltimento vengano vietati, con un conseguente aumento di costi a cascata su una filiera già alle prese con prospettive sfavorevoli: «Anche noi risentiamo della crisi congiunturale. Le previsioni sul 2020 non sono la stesse dell’anno scorso» dice Sartorelli.

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