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Solo Pechino può staccare la spina all’economia russa

La Cina ha predisposto un meccanismo di ritorsioni alle sanzioni dall’Occidente, una legge in vigore da metà 2021 innescata dalla guerra commerciale con gli Usa di Donald Trump

di Rita Fatiguso

(Epa)

3' di lettura

Non era certo nei piani degli sherpa che i due presidenti più potenti al mondo, Xi Jinping e Joe Biden, tornassero a parlarsi a causa della variabile Vladimir Putin. È la guerra a risvegliare la diplomazia, ma il gioco dei veti incrociati non è nei piani di una Cina afflitta dai riflessi del conflitto ucraino e, in casa, dalla devastante recrudescenza della pandemìa. Rimasta neutrale davanti all’invasione di uno Stato sovrano da parte di una Russia sanzionata in maniera quasi indiscriminata, la Cina da tempo si è comunque impegnata ad elaborare contromisure alle sanzioni piovute sulla sua testa, definendole «la stessa medicina somministrata a noi dagli stranieri».

I bocconi amari da inghiottire

Dall’avvento di Donald Trump in poi, il cammino cinese è stato costellato di bocconi amari da inghiottire così Pechino si è dedicata alla creazione di un sistema organico, una “cassetta per gli attrezzi”, come la definiscono i legislatori, per poter rintuzzare gli attacchi in arrivo dall’estero.

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Intanto, a gennaio 2021, il regolamento “blocking statute” adottato sulla falsariga di quello europeo e puntato contro l’applicazione extraterritoriale ingiustificata di leggi straniere per difendersi dalle ritorsioni di altre potenze mondiali. Poi, la legge che prevede un ampio spettro di misure definitive (salvo rare possibili revisioni) che vanno dal divieto di ingresso alla cancellazione dei visti o all’espulsione e al congelamento di depositi, azioni, obbligazioni, quote di fondi e altri beni del Paese straniero che abbia violato direttamente o indirettamente - è quest’ultimo avverbio a creare molta più ansia - gli interessi e la sicurezza dello Stato cinese.

Il varo durante il G7

Emanata in pieno G7, in vigore dal 10 giugno 2021, la legge ricalca esattamente l’elenco delle sanzioni inflitte a Mosca dall’Occidente: blocco della mobilità negli spostamenti e dello spazio aereo russo, congelamento dei beni personali dei cittadini russi all’estero ma anche delle riserve in rubli detenute dalle Banche centrali, certamente la misura più dolorosa per Vladimir Putin, quella che sta davvero paralizzando la Russia.

Ma Pechino, rimasta al di fuori della mischia, non sta applicando queste sanzioni all’amico russo con il quale è legata da un’amicizia «più solida della roccia», semmai ne puntella la pericolante economia acquistando energia, grano e materie prime in yuan, offrendo ai russi la possibilità di utilizzare la piattaforma cinese di pagamenti Cips. Perché, finchè la Russia sarà in grado di importare beni e servizi il default, almeno fino a quel momento, è scongiurato.

Solo Pechino può staccare la spina, e la Cina sembra avere di mira il sostegno dell’interscambio, a qualsiasi prezzo, anche a costo di subire ingenti perdite collaterali innescate proprio dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia. Ancora non è chiaro il destino delle joint venture tra Pechino e Mosca in Paesi terzi (e non solo), teoricamente azzoppate dalle sanzioni nei confronti dei russi o l’impatto a catena del congelamento di asset russi di interesse anche cinese.

Una legge spauracchio

Che le sanzioni contro la Russia possano diventare - nel caso in cui Pechino non si allinei al resto del mondo - anche sanzioni contro la Cina non è auspicabile, ma certamente non è da escludere. A quel punto il presidente Xi Jinping potrebbe sfoderare la nuove legge cinese sulle sanzioni straniere e contrattaccare o, almeno, utilizzare lo spauracchio di queste contro-misure come deterrente. Pensiamo al domino che ne scaturirebbe, con mosse incrociate dagli effetti imprevedibili come in un film di Quentin Tarantino, in cui i protagonisti si minacciano a vicenda con la pistola in una rete di traiettorie che paralizza tutti i contendenti.

Senza tralasciare il peso del retroterra ideologico. «La formula di una legge contro le sanzioni estere - scrive Shen Chunyao direttore della Commissione affari legali dello Standing committee del Congresso nazionale del popolo - è una necessità urgente per contrastare l’egemonismo e la politica del potere, ed è favorevole alla salvaguardia dello stato di diritto internazionale e alla promozione della costruzione di un nuovo tipo di relazioni internazionali caratterizzate da rispetto reciproco, equità e giustizia, e cooperazione vantaggiosa per tutti».

La legge che punta a sanzionare chiunque vanti un qualche legame con decisioni prese a migliaia e migliaia di chilometri di distanza ma che abbiano comunque compromesso interessi cinesi, finora non è stata utilizzata. Per fortuna anche della comunità straniera in Cina in quanto, a sua volta, la Cina può sanzionare aziende di Paesi terzi in affari con aziende di Stati “non desiderati”. E con sollievo del fiume di ingenti investimenti esteri in Cina che potrebbero essere congelati se considerati contrari alla sicurezza nazionale.

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