Il business delle consegne

pmi innovative

Solo silicio trentino per Optoi Group

di Gianni Rusconi


2' di lettura

Fondata nel 1995, a Trento, come spin-off del centro di ricerca Irst (oggi Fondazione Bruno Kessler, Fbk), ai suoi albori si occupava principalmente di realizzare componenti a fotodiodi o a fototransistori destinati al mercato dei trasduttori di posizione. Poi il salto, dettato da quella che era - ed è tutt’ora - la filosofia di questa impresa: innovazione concreta e sostenibile. Optoi Microelectronics, una delle tante anime di Optoi Group (un centinaio di persone in organico, la maggior parte ingegneri, e un fatturato nell’ordine dei 10 milioni di euro), è una Pmi innovativa che rispecchia in toto i principi dell’innovazione sostenibile nel progettare, disegnare e realizzare componenti, nella fattispecie sensori ottici elettronici, di valore superiore, pensati per essere facilmente gestibili in svariate applicazioni industriali, compreso aerospaziale (vedi la collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea), agritech e medicale.

Oggi i suoi prodotti sono installati a milioni in tutto il mondo e il modello rispecchia, come l’ha definito Alfredo Maglione, fondatore e presidente di Optoi Group, «una logica di ecosistema reale e applicato al fare impresa, di collaborazione virtuosa tra azienda privata ed ente di ricerca pubblico». La relazione con Fondazione Bruno Kessler, in tal senso, è emblematica e fa il paio con quelle in essere con St Microelectronics e l’avellinese LFoundry: il 90% dei componenti è realizzato infatti con fette di silicio proveniente dal centro di ricerca trentino, poi tagliate e lavorate nei laboratori di Optoi dove si montano anche i sensori sui circuiti stampati e si assemblano i dispositivi finali grazie a linee automatiche di produzione e tecnici specializzati che operano in una clean room (il fiore all’occhiello dell’azienda) certificata allo standard Iso 6. Il frutto di questa partnership sono sensori (ne vengono sfornati circa 600mila l'anno) che portano intelligenza distribuita nelle centraline delle macchine utensili e di veicoli speciali di vario genere, dai trattori alle ruspe per il movimento terra, nelle telecamere ai raggi X per il settore medicale e in altri dispositivi connessi.

«Cerchiamo di trasferire la logica della trasformazione 4.0 in ogni settore verticale», aggiunge Maglione, «combinando tecnologie di data analytics e intelligenza artificiale per facilitare l’utilizzo in tempo reale dei dati anche da remoto, ovunque e in cloud. Il vero paradigma è da una parte l’Internet of Things, e quindi la sensoristica applicata ad oggetti per aggiungere informazioni alle capacità di calcolo e di archiviazione, e dall’altra soluzioni che producono dati certi e lavorabili per controllare quantità e qualità del processo di produzione, a livello di macchina e di impianto». I vantaggi più tangibili legati all’utilizzo di queste tecnologie sono noti: maggiore efficienza operativa, riduzione dei costi (fermi macchina, magazzino) e manutenzione predittiva. Altri, come aggiunge Maglione, sono più difficili da misurare ma altrettanto rilevanti: «Industria 4.0 ha un ritorno degli investimenti superiore rispetto all’automazione non intelligente perché aggiunge grazie ai dati la governance della macchina e migliora la gestione di processo in una logica lean». L’idea di base, insomma, è fare innovazione di processo, sfruttando la sensoristica per il miglioramento della vita di imprese e persone.

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