banche e debito

Soluzioni (europee) coraggiose per affrontare le nuove sfide

di Marco Onado


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(AdobeStock)

3' di lettura

Vecchi e nuovi problemi sono al centro dell’analisi del Governatore della Banca d’Italia sulla situazione delle banche.

I primi si traducono in una situazione economica ancora precaria, nonostante un consistente miglioramento e hanno in gran parte una matrice europea. I secondi riguardano la rivoluzione tecnologica che sta scuotendo dalle fondamenta il settore e minaccia addirittura di erodere il tradizionale monopolio delle banche nei servizi di pagamento e di intermediazione. Se qualcuno si illudeva che la finanza europea ed italiana fosse fuori dal tunnel, farà bene a ricredersi.

La situazione delle banche è certo migliorata, ma il rendimento del capitale rimane inferiore a quello richiesto dagli investitori e dunque rende difficili e onerose ulteriori emissioni di azioni. Il volume dei crediti deteriorati è sceso drasticamente, grazie all’azione incisiva di vigilanza, ma è ancora sopra la media europea che a sua volta è molto più alta di quella americana. Infine, il livello dei costi operativi assorbe ancora una quota troppo elevata dei profitti lordi. Se questi sono problemi che sembrano risolvibili autonomamente, rimane il fatto che le banche italiane sono ancora sotto scacco ogni volta che si affacciano timori sulla sostenibilità del debito pubblico. Dal 2010, cioè dall'esplodere della crisi greca, lo spettro che si aggira per l'Europa è il «diabolic loop», cioè il circolo vizioso tra la sfiducia sul debito pubblico e i timori di insolvenza delle banche. È stata questa la causa, tutta endogena all'Europa, della crisi del 2010 a soli due anni di distanza da quella americana. A far tempo dal coraggioso impegno di Mario Draghi a «fare tutto il possibile» per salvare l'euro, quel circolo vizioso è stato tenuto sotto controllo da interventi eccezionali di politica monetaria e da politiche di bilancio dei singoli paesi compatibili con il delicato equilibrio raggiunto. Se anche solo uno di questi due elementi dovesse cadere, il circolo vizioso tornerebbe a manifestarsi in tutta la sua virulenza. Ne deriverebbe per le banche un onere ulteriore che farebbe fare passi indietro preoccupanti nel sentiero di risanamento faticosamente intrapreso. Solo quest’anno scadono obbligazioni per 70 miliardi di euro e dunque ogni punto base in più significa nuovi e inattesi costi a carico del conto economico. E il quadro competitivo, già preoccupante, peggiorerebbe ulteriormente: basti ricordare che il divario rispetto alla Germania è cresciuto nell’ultimo anno di 160 punti (per lo Stato, ma anche per le banche) e quello rispetto alla Spagna di 140, arrivando a 190. Una penalizzazione gravissima in una fase di ristrutturazione così delicata.

Ma c'è di più. In questo quadro, il divario finirebbe per traslarsi anche su famiglie e imprese. Finora questo non è avvenuto grazie all'ampia liquidità e alle migliori condizioni finanziarie degli intermediari, ha ricordato Visco, ma è solo questione di tempo.

Questo non significa che l'analisi del Governatore voglia avallare una sorta di potere esterno e insindacabile dei mercati e dell'Europa. I ritardi della costruzione europea e l'incompletezza delle risposte alla crisi sono puntigliosamente elencati come la causa principale dei problemi di oggi. La parola d'ordine cara ai tedeschi che prima ciascun paese deve mettere ordine in casa propria (o nella variante per le banche che i panni sporchi si lavano in famiglia) è stata una delle giustificazioni che hanno politicamente avallato soluzioni inadeguate. Visco ha detto invece con forza che la strada di riduzione dei rischi finanziari nei singoli paesi deve andare di pari passo con processi di integrazione capaci di condividere i rischi all'interno dell'Unione europea, da quelli collegati alle politiche finanziarie dei singoli paesi, a quelli della sostenibilità del debito pubblico.

Come non bastasse, si affacciano i nuovi problemi sotto forma di una rivoluzione tecnologica destinata a cambiare radicalmente il quadro competitivo per l'ingresso massiccio dei giganti dell'informatica e del trattamento dei dati (principalmente americani e asiatici) e di intermediari di dimensioni colossali, soprattutto americani, che fanno della tecnologia il loro cavallo di battaglia. Un'industria finanziaria europea ancora convalescente e non solo nei paesi periferici (si ricordi che sono le banche tedesche a lamentare i tassi di redditività più bassi) rischia di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Se gli interessi nazionali stanno tanto a cuore e se si vuole consentire alle banche europee di affrontare le nuove sfide ad armi pari, occorrono soluzioni europee e coraggiose. Che sono poi i due aggettivi che meglio qualificano le Considerazioni finali di quest'anno.

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