Donne e violenza social

la storia

Sono una giornalista e stata minaccia su Twitter: vi racconto cosa ho provato

Valentina Furlanetto è una giornalista di Radio 24, conduce la trasmissione «Indovina chi viene a cena», da anni segue i temi dell’immigrazione. Con padre Alex Zanotelli ha scritto «Prima che gridino le pietre». Ecco cosa le è successo.

di Valentina Furlanetto


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3' di lettura

«Vengo a farmi un giro in radio». «È una minaccia?» chiedo. «Sì» è la risposta. Il dialogo si svolge su Twitter, strumento prezioso per comunicare per un giornalista. Infatti lo faccio, spesso. Pubblico i lanci dei pezzi che vanno in onda su Radio24, il sommario della mia trasmissione, Indovina chi viene a cena sempre su Radio24, i link ai pezzi che vanno sul Sole 24 Ore o su Il Foglio, le presentazioni dei miei libri. È una vetrina, è anche uno scambio di informazioni preziosissimo, un confronto con ascoltatori e lettori, è stato anche un modo per individuare e coltivare fonti, conoscere colleghi, stringere amicizie, scambiare opinioni, raccogliere informazioni, scherzare, ridere, incazzarsi. È vita. Che il supporto sia virtuale importa poco. Non mi impedisce di leggere, andare al cinema, a cena o altro. È vita parallela e benvenuta. Anche i libri sono virtuali, ma non sarebbe vita piena se non ci fossero. Mi abbevero sui social ogni mattina e ogni sera, con piacere, con riconoscenza.

Non sarò mai una di quelle persone che li sminuisce o – peggio – li demonizza. Ci sto, conosco le regole, le accetto. Una delle regole è «lascia perdere». Se uno ti attacca pretestuosamente, lascia perdere. Se uno ha nel profilo bandierine e copertine dei Savi di Sion lascia perdere. Se è un anonimo, lascia perdere. Se si chiama @j3j3 e dopo un po’ di insulti (“cogliona” “testa di cazzo” ) ti scrive «mo mi faccio un giro in radio» non lasci perdere invece. Se uno ti minaccia fisicamente lo segnali e lo denunci alla polizia postale. Non l’ho fatto subito perché ho pensato non ne vale la pena. Poi sono passati i giorni e mi sono dimenticata della cosa, poi ci ho ripensato, ma non l'ho fatto.

In realtà non mi accade di frequente di essere attaccata pesantemente, gli scambi che ho sono stati finora abbastanza educati, spesso proficui, costruttivi. Talvolta mi hanno fatto riflettere, altre volte no, ma seguo la regola di provare a spiegarsi, sempre. È il mio lavoro, se non lo so fare penso che prima di tutto è colpa mia. Talvolta però gli attacchi sono pesanti e pretestuosi. E a volte pilotati. C’è ad esempio una signora su Twitter che collabora con Primato Nazionale, che si dice “fieramente italiana e allergica al femminismo”, di cui non farò il nome (ne trarrebbe solo pubblicità). La signora ha una serie di mastini ai quali il sangue piace. Talvolta li accarezza in giardino, talvolta li sguinzaglia per le strade virtuali dei social. E loro, che in realtà sono solo pecore travestite da mastini, attaccano. Tutti assieme, nel giro di un paio di ore, bersagliano la preda indicata dalla signora amica di Casapound fino a farla a brandelli: insulti, parolacce, minacce verbali, provocazioni.

Mi è stato chiesto di scrivere cosa ho provato quando sono stata attaccata sui social, in particolare dopo la frase “Mo vengo a farmi in giro in radio”. Ho provato: paura. La zuffa non mi piace, mi mette a disagio, sono una persona pacifica, non mi sottraggo al confronto, ma una frase così è oltre. Si, ho avuto paura, ho sentito disagio, ho pensato ai lunghi corridoi sotterranei del palazzo dove lavoro, ho fatto mente locale sulle telecamere, ho pensato alle guardie che monitorano i passaggi, ho pensato se avevo lasciato tracce di un mio indirizzo privato sul web. Ho pensato a tutto e poi, dopo giorni, ho segnalato e denunciato.

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