Opinioni

Sono le medie imprese innovative il motore del rilancio post covid

La figura dell’imprenditore locale è cambiata sul piano culturale e con una maggiore attenzione all’istruzione e alla mobilità transnazionale

di Carlo Carboni

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(AFP)

La figura dell’imprenditore locale è cambiata sul piano culturale e con una maggiore attenzione all’istruzione e alla mobilità transnazionale


3' di lettura

Negli ultimi decenni, a fronte di ripetuti spiazzamenti esogeni – quali il riposizionamento competitivo delle filiere globali della manifattura, la crisi finanziaria internazionale e lo stop Covid-19 – le regioni sede dei distretti di Pmi manifatturiere hanno reagito con diverse velocità. Alcune sono rimaste agganciate all’economia continentale europea (Triveneto, Emilia-Romagna), altre sono scivolate nella semi-perifericità, i cui risvolti sono tuttora più temi di cronaca che oggetti di ricerca.

L’Italia presenta una struttura manifatturiera, caratterizzata da ritardo organizzativo-imprenditoriale (G. Fuà, 1985) e da una forte quota di aziende di piccole dimensioni, specializzate in subforniture a basso contenuto tecnologico. Risultato: media-Paese al di sotto della frontiera globale dell’innovazione. I dati degli ultimi 15 anni, però, mettono in discussione quest’analisi mainstream. Le economie distrettuali hanno ridotto la loro polverizzazione produttiva, l’immagine di tessuti di medio-bassa subfornitura e il peso delle reti di microimprese. È diminuita la densità imprenditoriale nei distretti, accompagnata dalla crescita di medie imprese, che hanno contribuito a cambiare pelle ai sistemi locali manifatturieri, verticalizzando i loro tessuti produttivi tradizionali diffusivi. Si è consolidato un piccolo esercito di medie imprese, motore del nostro export industriale. Questo nucleo di “multinazionali tascabili” ha conquistato nicchie di mercati internazionali a elevato valore aggiunto, tecnologico e immateriale. Non a caso, quasi la metà delle nostre medie imprese sono nella Terza Italia dei distretti di Bagnasco e Becattini.

Anche durante la grave crisi/stagnazione dell’economica italiana, queste aziende hanno presentato un andamento anticiclico, frutto d’investimenti in innovazione, con un’attenzione al miglioramento dell’apporto del capitale umano. Le economie dello sviluppo locale italiano hanno conosciuto successi competitivi di livello globale. Il biomedicale, la meccatronica, la meccanica di precisione, le filiere di collaudo dell’alta tecnologia applicata, la componentistica di elevato profilo, i cuori artificiali, i macchinari ospedalieri innovativi, la biologia molecolare, la robotica e l’espansione dei Big data e di incubatori di startup e di spin-off della ricerca universitaria e, inoltre, i servizi digitali alle imprese, il packaging, ecc., fanno dei tessuti industriali locali, con un nocciolo di medie imprese, un importante nucleo d’innovazione tecnologica e sperimentazione produttiva. Le stesse reti di subfornitura non sono più facilmente sostituibili come negli anni 90: la conferma è l’espressa necessità del sistema manifatturiero tedesco di riallineare la riapertura post Covid-19 con i tempi delle filiere specializzate italiane.

A conti fatti, la crisi italiana e la sua prolungata stagnazione sembrano non tanto il prodotto della polverizzazione produttiva delle economie locali, quanto del rattrappimento del contributo all’innovazione della grande impresa. Con qualche eccezione, alcuni comparti come automobilistici, chimici, dei trasporti, della siderurgia, delle telecomunicazioni, dell’energia, delle infrastrutture, della finanza e della grande distribuzione sono da due decenni al palo. Tra eccessi di capitalismo politico, diminuita propensione al rischio d’impresa, crisi bancarie, caduta degli investimenti, crescente deregolamentazione del lavoro, e, poi, il Covid-19, molte grandi aziende italiane, pubbliche e private, hanno gradualmente perso punti in termini di competitività internazionale. Al contrario, la media impresa, uscita dalla crisi dello sviluppo locale distrettuale, mostra capacità competitive superiori a quella tedesca e francese.

La figura dell’imprenditore locale è cambiata sul piano culturale, con nuovi schemi di valori, orientamenti e preferenze e con una maggiore attenzione all’istruzione personale, alla propria mobilità transnazionale. Le barriere d’ingresso per diventare imprenditori sono quindi aumentate e si è molto contratta la predisposizione al rischio d’impresa tra le nuove generazioni. Il difficile passaggio generazionale imprenditoriale di questi primi due decenni del secolo ha lasciato il segno, con la diminuita propensione all’imprenditorialità, anche in tessuti sociali con alta densità imprenditoriale. Questa razionalizzazione ha ridotto il ricambio incrementale dell’imprenditoria locale e i suoi meccanismi auto-propulsivi di sviluppo. Inoltre, le comunità di destino tra imprenditoria e territorio si sono indebolite, per la razionalizzazione tecnica dei processi produttivi, per la maturazione di una capillare cultura del consumo individualistico e anche per le più alte competenze tecno-tecnologiche richieste per essere un imprenditore vincente. Alla crescita della capitalizzazione delle medie imprese, si è accompagnata l’esplosione edonistica degli imprenditori a caccia di distinzione nel campo simbolico globale.

Il Covid-19 ha però profondamente rimescolato i destini dello sviluppo locale e dell’economia italiana.

Gli sconvolgimenti prodotti dalla pandemia nei primi 5 mesi del 2020 espongono a effetti pesanti soprattutto le imprese più globalizzate (con possibili cali annuali del 20-30% del fatturato), a causa delle incertezze sui mercati internazionali. Le aziende più internazionalizzate, con investimenti innovativi continui, rischiano un’incerta ripresa. La scommessa è come sarà gestita tale incertezza, con quali politiche industriali e fiscali.

In conclusione, mi chiedo: un provvedimento targato “Rilancio”, non dovrebbe contenere un disegno per promuovere il meglio dello sviluppo locale manifatturiero italiano?

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