Microcosmi

Sono le virtù civiche che generano crescita, non il contrario

di Aldo Bonomi

(Adobe Stock)

3' di lettura

Qualche giorno fa l’Istat ci ha comunicato che la linea demografica del Paese sta peggiorando in modo drammatico. Quella che il demografo Alessandro Rosina chiama «de-giovanimento» è questione che ormai tocca metropoli, città medie e piccoli comuni. Sono soprattutto questi ultimi a rischiare la desertificazione. Questione vitale nella faglia terremotata dei comuni polvere in ricostruzione nell’Italia di mezzo.

Nei piccoli comuni i giovani diventano un bene raro quanto prezioso, rappresentando l’unica possibilità in grado di cambiare il destino dei territori diffusi, purché ci rimangano a vivere o ne siano attratti. Senza giovani non c’è modo di riprodurre e ammodernare il tessuto della micro-impresa che vivifica le economie locali, né di reperire capitale umano qualificato. Senza giovani le comunità operose si svuotano, lasciando l’Italia dei borghi e dei paesaggi lavorati dall’uomo nei secoli senza comunità e società.

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Per scongiurare in qualche modo questo destino si muovono anche tante imprese che provano a investire il proprio capitale reputazionale in quello sociale delle comunità . A muoverle è il radicamento territoriale tipico del nostro modello di capitalismo famigliare, più che la benevolenza filantropica, che è qualcosa di molto più concreto e “caldo” rispetto agli schemi tiepidi della Corporate social responsibility e anche qualcosa di diverso dal give back anglosassone imperniato sulla scissione tra momento del profitto e della beneficienza.

Di questi imprenditori che tengono assieme il saper stare sulla frontiera tecnologica e su quella della comunità, ho citato qualche settimana fa il caso di Caprai a Montefalco con le sue cantine del Sagrantino, e il distretto del cappello a Montappone nei Sibillini passando dall’Umbria alle Marche. Dove torno nella dolce Valle di San Clemente ai margini della quale è localizzata l’impresa Loccioni. La Valle, abitata da poco meno di 6mila abitanti, soffre delle fragilità demografiche di cui sopra, accentuate dalle faglie in rapida successione del sisma e della pandemia.

Enrico Loccioni, originario della Valle e fondatore dell’impresa dopo essersi formato nella costellazione delle imprese Merloni nella vicina Fabriano, ha portato avanti lo sviluppo di una robusta impresa a forte driver tecnologico nel compiersi della fase finale della gloriosa parabola della metal-mezzadria. Dai sottoscala ai distretti industriali hanno contribuito al portentoso recupero di produttività e sviluppo demografico del dopoguerra.

Loccioni ha ben chiaro che per ricostruire quello spirito imprenditivo della Valle occorre porre su nuove basi il ciclo di sviluppo basato sull’innovazione compatibile, facendo un passo indietro e recuperando la visione benedettina del rapporto con la terra; facendo un passo avanti e investendo sullo spirito imprenditivo dei giovani quale target su cui innestare circuiti di saperi orientati all’innovazione “senza fratture”.

Sarà per questo che da qualche anno, recuperato un bene culturale come l’Abbazia di Sant’Urbano nel comune di Apiro, se n’è fatto uno snodo di scambio di saperi, linguaggi ed esperienze quali propellenti della comunità operosa che verrà. A partire dal 2019, è stato aggregato un gruppo di 30 giovani locali, dal panettiere dal canapaio, dall’animatrice del teatro all’ingegnere, dalla giovane sindaca alle laureate in gestione dei beni culturali.

Con loro ho recuperato la figura dell’operatore di comunità per animare le reti sociali e rigenerare l’imprenditoria, per fare della Valle una smart land. Sono dei place-maker direbbe la Granata. Loccioni ha trasformato i campi agricoli intorno all’Abbazia in laboratori sperimentali a cielo aperto nell’ambito del progetto Arca, portato avanti assieme ai vicini imprenditori Fileni e Garbini per la rigenerazione dei suoli, mettendo assieme saperi benedettini e ricerca sensoristica.

Recentemente è stata recuperata la vicina scuola di avviamento professionale all’agricoltura in accordo con il Comune per farne un luogo di scambio di conoscenze che mira alla promozione delle filiere agroalimentari e del turismo dolce.

Uno spazio pubblico di sperimentazione e formazione della conoscenza e coscienza di luogo. Una di queste è Situm (Scuola di innovazione territoriale Umbria Marche), iniziativa promossa con le Università di Perugia e dall’Università Politecnica delle Marche, supportata dalle Camere di Commercio delle due regioni.

Anche le Università si pongono il tema di come rendere fertile la terra e i territori come nuova costruzione sociale di interessi in una logica di piattaforma che tiene assieme saperi tecnici, memoria dei luoghi e desiderio di protagonismo dei giovani.

E’ un processo di lunga lena che guarda ai tempi lunghi degli investimenti sociali, dai quali poi scaturiscono gli investimenti economici, rovesciando le logiche di breve periodo che vedono sempre l’economia precedere la società. Sono le virtù civiche che precedono l’economia, non viceversa.

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