ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùTech e politica

Soros contro Zuckerberg: «Aiuta Trump»

Il finanziere chiede che il fondatore di Facebook sia rimosso perché irresponsabile

di Marco Valsania


Zuckerberg nella bufera va da Trump e scatena la stampa Usa

4' di lettura

New York - George Soros contro Mark Zuckerberg. Il grande finanziere e filantropo ha lanciato una vera e propria offensiva nei confronti del magnate di hi-tech e social media: ha invocato apertamente e ripetutamente l’uscita di scena di Zuckerberg e del suo braccio destro, Sheryl Sandberg; le loro dimissioni dai vertici Facebook e l’estromissione dal controllo del colosso dei social media.

Perché? Perché avrebbero stretto nei fatti un patto faustiano con Donald Trump: favorire la sua rielezione, permettendo la diffusione di contenuto falso su Internet senza alcun vero controllo. In cambio il presidente li salverebbe da eccessive strette di regolamentazione che potrebbero minare il modello di business del gruppo, auspicate invece dai candidati democratici alla Casa Bianca.

La crociata di Soros
La crociata di Soros si è intensificata nelle ultime settimane, con l’ingresso nel vivo della campagna elettorale americana. Soros, scrivendo sul New York Times a fine gennaio, aveva accusato Facebook di aver «aiutato Trump a farsi eleggere» e di temere che facesse «lo stesso nel 2020». L’ultimo spunto è venuto ora da un articolo di Zuckerberg sul Financial Times, in occasione di incontri con le autorità europee e di dibattiti su giri di vite sul Vecchio continente nei dati come nell’intelligenza artificiale. Soros ha preso l’opportunità per rilanciare l’appello alla cacciata dei top executive di Fb.

L’autodifesa di Zuckerberg
Zuckerberg, che ha sempre negato ogni pregiudizio, nella sua più recente presa di posizione ammette che «la gente sente il bisogno che le piattaforme tecnologiche rispondano a qualcuno, quindi di regole dovrebbero ritenere le aziende responsabili quando commettono errori». Ma precisa che «ogni giorno piattaforme come Facebook devono effettuare uno scambio tra importanti valori sociali, tra libera espressione e sicurezza, privacy e norme di polizia e tra la creazione di un sistema aperto e il blocco dei dati». Zuckerberg sostiene di «non ritenere che aziende private debbano compiere così tante decisioni da sole quando toccano valori democratici fondamentali». Per questo, aggiunge, «l’anno scorso ho chiesto regole in quattro aree: elezioni, contenuto dannoso, privacy e portabilità dei dati». Il fondatore e dirigente di Facebook ha anche sottolineato come il suo gruppo abbia dato alle stampe «white papers» su simili questioni da affrontare per le autorità di regolamentazione.

Il «patto non scritto» con Trump
Ma Soros, fervente sostenitore di cause progressiste e democratiche, non si accontenta affatto dei messaggi di Zuckerberg. Lo accusa apertamente, in una lettera negli ultimi giorni, di «offuscare i fatti argomentando devotamente a favore di regole per Big Tech». Zuckerberg, dice Soros, sarebbe impegnato in una «sorta di patto di mutua assistenza con Donald Trump, che lo aiuterà a essere rieletto». Ancora: «Facebook non ha bisogno di aspettare norme governative per cessare di accettare pubblicità politiche nel 2020 fino a dopo le elezioni del 4 novembre. Se ci sono dubbi sul fatto che una inserzione sia politica, dovrebbe prevalere l’atteggiamento prudenziale e rifiutarne la pubblicazione». Soros afferma però di non credere che Fb seguirà una simile strada e che quindi Zuckerberg e Sandberg «dovrebbero essere rimossi dal controllo di Facebook».

Moderatore neutrale?
Il finanziare e filantropo nega che Facebook sia un «moderatore neutrale» oppure una semplice «piattaforma»; sostiene che è un editore a tutti gli effetti e come tale deve ritenersi responsabile. Così la sua decisione di «non richiedere controlli fattuali sulle pubblicità politiche dei candidati nel 2020 ha spalancato le porte a dichiarazioni false, manipolate, estremiste e incendiarie», con contenuti del genere «premiati dal piazzamento» nell’ambito di Facebook e dalla loro promozione se viene incontro agli standard degli «algoritmi quando si tratta di popolarità e engagement».
Soros lamenta anche la scelta di assumere un personaggio della destra americana, prelevato da Fox, per gestire servizi di news di Fb. A gennaio l’azienda ha chiamato dal network Tv la producer Jennifer Williams per occuparsi in particolare di strategia editoriale nei video.
Facebook, insiste Soros, si trincera dietro la legge - in particolare la Section 230 del Communications Decency Act - che protegge i social media da responsabilità legali per diffamazione e altri accuse. Facebook può quindi mettere in circolazione contenuto «apertamente falso e viziato da parte di candidati senza assumersi alcuna responsabilità».
Soros conclude il suo j’accuse suggerendo che Zuckerberg e Trump sanno che i loro interessi sono «allineati», il presidente per il desiderio di vincere le elezioni e il chief executive per quello di «fare soldi». E ricorda come questa «relazione speciale» sarebbe nata nel 2016, quando Facebook fornì a Trump la possibilità di cooperare con il proprio staff per ottimizzare piani pubblicitari, una chance respinta invece dal candidato democratico di allora Hillary Clinton. Il capo della strategia di social media per Trump, Brad Pascale, ha riconosciuto il vantaggio che l’uso di Facebook ha rappresentato per Trump.

Stretta Google su spot elettorali contro Fake News

Il discusso incontro alla Casa Bianca
Di recente Trump e Zuckerberg hanno avuto anche un discusso incontro alla Casa Bianca dal quale non è trapelato molto, tranne la simpatia espressa da Trump per la performance dell’azienda. Facebook è finito sotto tiro non solo per la diffusione di contenuti pro-Trump, ma anche per l’eccessivo laissez faire all’aggressività su social media tra rivali candidati democratici, in particolare da parte di sostenitori di Bernie Sanders nei confronti di avversari alle primarie del partito.
Soros ricorda infine che Facebook è al centro di polemiche ancora più gravi dell’essersi prestata a manipolazioni elettorali negli Usa o in Occidente. A Myanmar i militari hanno usato il social network per incitare l’odio nei confronti della minoranza islamica dei Rohingya, una tragedia che potrebbe essere definita genocidio dalla Corte internazionale dell’Aja.

Per approfondire:
WhatsApp, ecco come Pegasus spiava gli oppositori politici
Quanto vale il business degli spot politici per Google e Facebook 
Facebook: niente fact-checking ai post dei politici

Riproduzione riservata ©
  • default onloading pic

    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...