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Soros per una volta appoggia Trump: bene la strategia anti-Cina

Nemico di Trump, sulla strategia commerciale della Casa Bianca George Soros si è invece espresso positivamente

di Marco Valsania


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3' di lettura

NEW YORK - Donald Trump trova un alleato insolito nella sua guerra commerciale alla Cina. Il miliardario George Soros, grande sostenitore di cause democratiche - e del partito democratico - con il quale si è altrimenti scontrato con veemenza. Ma l'ottuagenario Soros questa volta ha preso carta e penna per fare i complimenti alla strategia cinese della sua nemesi, definita come forse l'unico, vero successo (oltretutto bipartisan) del presidente in politica estera. La Casa Bianca avrebbe correttamente definito la grande potenza asiatica come un pericoloso “rivale strategico”.

Non manca però un severo avvertimento, nel commento che il finanziare ha affidato alle pagine del Wall Street Journal. Soros teme che in realtà Trump alla fine ceda all'opportunismo in vista delle elezioni del 2020. Una pressione che potrebbe oltretutto aumentare se la Casa Bianca rimarrà a corto di trofei internazionali viste finora le debacle dall'Afghanistan a Israele, dall'Iran alla Corea del Nord, e le spaccature interne alla stessa amministrazione simboleggiate oggi dall'improvvisa uscita di scena del falco e consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Una pace affrettata con Pechino, avverte Soros, saboterebbe la stessa strategia di Trump. In particolare il miliardario chiede che quale merce di scambio non venga utilizzata Huawei, o meglio una revoca della messa al bando dell'influente colosso cinese della futura generazione di collegamenti mobili e Internet 5G. Trump potrebbe essere «disperato per un accordo» e Soros chiede così al Congresso di agire da barriera, di intervenire rendendo, anche per legge, impossibile rimuovere Huawei dalla lista di “entità” che pongono rischi posti alla sicurezza nazionale e che impedisce alla società cinese di aver rapporti di business con gruppi americani. «Se i repubblicani consentono a Trump di salvare quel gigante delle telecomunicazioni gestito dal partito comunista, avranno abdicato alle loro responsabilità democratiche di base», ha affermato nell'op-ed.

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Leggendario nei decenni per le sue grandi scommesse contro la sterlina prima e poi sulla crisi asiatica, Soros ha una lunga storia di scontri politici con Trump per le sue opinioni politiche liberal e pro-democrazia, su temi caldi quali l'immigrazione. Correnti conservatrice vicine a Trump - e gli stessi familiari del Presidente - l'hanno bersagliato come fonte di cospirazioni. L'ex sindaco di New York e confidente di Trump, Rudolph Giuliani, l'anno scorso amplificò un tweet che lo definiva l'Anticristo e chiedeva il congelamento dei suoi asset.

Nel caso della politica cinese dell'amministrazione, però, il finanziare la definisce «coerente e genuinamente bipartitica»; appunto il «più grande - se non unico - risultato di politica internazionale dell'amministrazione». A capo delle fondazioni Open Society Foundations, dedicate alle società aperte al sostegno alla transizione alla democrazia, Soros è preoccupato che la Cina sia agli antipodi della sua agenda, con implicazioni non solo per il futuro della potenza asiatica ma per il mondo, pilastro di tendenze autoritarie e di controllo capillare della società anche attraverso sistemi hi-tech, uno spettro che aveva sollevato con forza anche all'ultimo summit di Davos. In quell'occasione aveva denunciato il sistema di “social credit” che la Cina intenderebbe lanciare a tutti gli effetti fin dall'anno prossimo e che supervisiona e assegna punteggi ai cittadini sulla base del comportamento sociale.

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Pechino «è un pericoloso rivale nell'intelligenza artificiale e nel machine learning» ha scritto adesso Soros sottolineando come tuttavia dipenda molto, a cominciare da Huawei, da una trentina di aziende americane quando di tratta di tecnologia 5G. «Come fondatore delle Open Society Foundations, il mio interesse nello sconfiggere la Cina di Xi Jinping va oltre gli interessi nazionali degli Stati Uniti - ha precisato Soros - Sono convinto che il sistema di social-credit che Pechino sta costruendo, se verrà permessa la sua espansione, potrebbe suonare una campana a morto per le società aperte non solo in Cina ma nel mondo».

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