Festival di Berlino

Sorpresa brasiliana mentre Abel Ferrara si perde in «Siberia»

Alla kermesse tedesca ha trovato spazio il nuovo lavoro del regista americano, ma a scuotere è soprattutto «Todos os mortos»

di Andrea Chimento


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3' di lettura

Sono passati venticinque anni da quando Abel Ferrara aveva portato al Festival di Berlino «The Addiction», uno dei titoli più importanti della sua filmografia. Purtroppo l'esito non è lo stesso del suo nuovo film, «Siberia», in lizza per l'Orso d'oro di questa edizione. Protagonista è Willem Dafoe (interprete abituale di molti degli ultimi lavori di Ferrara) che veste i panni di un uomo tormentato, che gestisce un piccolo locale in mezzo alle nevi e ai ghiacci. Nemmeno in questi luoghi isolati riesce a trovare pace: partirà per un viaggio che sarà un percorso interiore, tra paure e ricordi.

Scritto dal regista insieme a Christ Zois (suo collaboratore già in diverse pellicole, tra cui «Welcome to New York»), «Siberia» è un prodotto che si potrebbe definire anti-narrativo, un viaggio negli abissi più oscuri dell'animo umano, caratterizzato da un bombardamento di immagini e suoni spesso non coerenti tra loro.
Ferrara cerca di stupire e scuotere ma, al di là un'operazione quantomeno sincera, non c'è davvero niente che possa realmente affascinare o colpire nel segno.

«Siberia» è infatti un'accozzaglia di spunti (spesso psicanalitici) messi uno dopo l'altro senza una coesione degna di questo nome, decisamente confuso in quello che vuole mettere in scena ed esteticamente rivedibile.
Dafoe è chiamato al solito tour de force attoriale, ma non basta per alzare le sorti di un lungometraggio che non convince dall'inizio alla fine.
Da segnalare che si tratta di una co-produzione tra Italia, Germania e Messico.

Todos

Todos os mortos
Decisamente più riuscito è «Todos os mortos», film brasiliano di Caetano Godardo e Marco Dutra, ambientato nel 1899, nel momento in cui nel paese sudamericano viene abolita la schiavitù.
Si tratta di un lungometraggio profondamente politico, che guarda alla storia del paese per poi agganciare un suggestivo collegamento con il presente, ben evidenziato da una notevole conclusione.
Il ritmo è un po' statico e non è un prodotto per tutti i gusti, ma sono sorprendenti il rigore registico dei due autori, l'equilibrio del montaggio e i messaggi che hanno scelto di veicolare.
Anche per queste ultime ragioni, è un film che potrebbe trovare spazio nel palmarès finale.

Delete History

Delete History
Sono toni da commedia, invece, quelli messi in scena dai due registi francesi Benoit Delépine e Gustave Kervern in «Delete History».
Al centro ci sono un uomo e due donne che rimangono vittime del potere dei social media: non staranno però a guardare, ma proveranno a combattere con tutte le forze a loro disposizione.
È un tema indubbiamente d'attualità quello trattato in questa divertente pellicola firmata dai registi di «Saint Amour», che puntano soprattutto sulla caratterizzazione dei diversi personaggi in scena, ben interpretati da un cast in gran forma.
Il film paga un certo calo nella seconda parte, ma resta un prodotto godibile che è riuscito un po' a smorzare l'ampissima presenza di pellicole drammatiche all'interno del concorso della Berlinale.

My Little Sister

My Little Sister
Particolarmente drammatico è, ad esempio, «My Little Sister», film svizzero firmato da Stéphanie Chuat e Véronique Reymond.
Protagonista è Nina Hoss nei panni di Lisa, una donna che ha abbandonato le ambizioni di carriera a Berlino per spostarsi insieme al marito e ai figli in Svizzera. Quando a suo fratello gemello Sven viene diagnosticata la leucemia, Lisa si appresta a tornare nella capitale tedesca per stargli vicino.
Nonostante il tema importante, è un prodotto piuttosto innocuo, senza infamia e senza lode, privo di grandi sbavature ma allo stesso tempo incapace di far nascere chissà quale spunto di riflessione.
Debole anche il coinvolgimento dello spettatore in questa pellicola non in grado di emozionare come avrebbe dovuto.

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