ciclismo

Sorpresa Pogacar, come Gimondi a 22 anni domina il Tour de France

Il giovane sloveno conquista anche la maglia bianca della classifica giovani e quella a pois degli scalatori. Sconfitto all’ultima crono Roglic

di Dario Ceccarelli

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(EPA)

Il giovane sloveno conquista anche la maglia bianca della classifica giovani e quella a pois degli scalatori. Sconfitto all’ultima crono Roglic


5' di lettura

È il Tour dei miracoli, ora possiamo dirlo. Già è un miracolo che, in un paese assediato dalla pandemia, la corsa arrivi comunque a Parigi. Già è un miracolo che i primi due posti del podio siano della Slovenia, un paese di 2 milioni di abitanti che sforna talenti sportivi come se fosse la Cina. Ma il vero miracolo, quello che anche il più cinico degli scettici non s'aspetta, viene dall'improvvisa inversione dei ruoli: la maglia gialla viene infatti conquistata da Tadej Pogacar, giovanissimo talento di 22 anni (li compie il 21 settembre) che dominando la cronoscalata di La Planche de Belles Filles (36,2 km, gli ultimi sei con punte del 20 per cento) ribalta il connazionale Primoz Roglic, 30 anni, il rivale campione ormai sicuro d'aver in mano il Tour.

E invece questo ragazzino che nell'apparente candore ricorda Felice Gimondi quando alla sua età trionfò al Tour del 1965, lo demolisce chilometro dopo chilometro trasformando quei 57 secondi di ritardo (che aveva prima della partenza) in un minuto di vantaggio all'arrivo della cronoscalata.Un piccolo capolavoro che spariglia tutti i noiosi calcoli di un ciclismo che sembra comandato da investimenti milionari e tecnologie sempre più sofisticate. Tecnologie e tabelle che prima della crono avvertono: no ragazzino, tu non ce la puoi fare. Il tuo Tour è già finito. Cancella i tuoi sogni. Accontentati del secondo posto, che è già un ottimo risultato. Cosa vuoi fare contro un capitano esperto come Roglic, leader di una super squadra collaudata come la Jumbo? Sei un ragazzo, bravo certo, prima o poi toccherà anche a te, ma ora lascia correre i grandi. Ma il ragazzo, giovane capitano della Uae, squadra decimata da infortuni e ritiri, non ci sente proprio.

E poco prima della partenza va a salutare il suo amico-rivale che però non ha una bella faccia. E' tirata, cupa. Occhi brutti di chi avverte la minaccia. Il ragazzo, invece, è sorridente. Leggero. Pronto a fare quello che deve fare. Che sarà una impresa fantastica che ricorda quando Greg Lemond nel 1989 strappò per otto secondi la maglia gialla a Laurent Fignon. Altri tempi, quasi mitologici per il giovane Tadej, che del passato non sa granché, ma nel futuro si trova benissimo. Un fenomeno, il ragazzo. Dopo 7 chilometri, Roglic ha già perso 12 secondi. Sembra poco, ma il buco sei allarga e diventa uno squarcio a mano a mano che la strada si alza. Roglic se ne accorge. Viene avvertito via radio. Ma non c'è niente da fare. Pogacar, leggero come la giovinezza, va su sempre più deciso.

Elegante, senza sbavature. Il contrario di Roglic che sale a strappi, portandosi già addosso il peso della sconfitta. Una lunga agonia che lo farà arrivare solo quinto. Secondo è Tom Dumoulin che chiude a un minuto e 21“ con lo stesso tempo di Richie Porte che riesce a conquistare anche il terzo posto sul podio. Mentre Roglic piomba a terra, quasi incredulo e con la bava alla bocca, Pogacar non nasconde la sua felicità: ““Penso di sognare” dice. “Ero contento del secondo posto e ora sono in giallo: è incredibile. Conoscevo molto bene la salita e nel finale ho dato il massimo. Questo è il sogno della mia infanzia. Mi dispiace per Roglic, ha fatto un grande Tour e qui avuto una giornata storta. Per me è una grande gioia. Pensate che Il mio sogno non era di vincere il Tour, il mio sogno era partecipare” conclude Pogecar che, alla fine, fa incetta di maglie conquistando anche quella bianca dei giovani e quella a pois degli scalatori. Per Roglic è una mazzata. Sempre scortato da una invincibile armata che non lascia passare una foglia, era dalla nona tappa che guidava la classifica. Senza mai un vero cedimento. Poi lo schianto proprio nell'unica cronometro prima di Parigi. Alla fine, molto sportivamente, Primoz abbraccia il vincitore. Ma resta lo choc per una maglia gialla sfuggita a un passo dal traguardo.

E tra poco arriveranno le prime domande imbarazzanti. Dove hai sbagliato? Perchè un crollo proprio alla fine? Una questione di nervi? E' ancora presto per i processi. Ma di sicuro non mancheranno.Intanto Pogacar comincia a godersi il suo trionfo. Un ragazzo semplice, Tadej, fidanzato con Urska Zigar, anch'essa ciclista. L'anno scorso, al Giro d'Italia rosa, le fece una sorpresa andandola ad aspettare lungo la strada con un cartello disegnato da lui per sostenerla. Questa volta sarà lei ad applaudirlo a Parigi. Uno dei suoi mentori è Beppe Saronni. L'ex campione del mondo lo descrive così: “Tadej è un corridore completo. Forte in salita e a cronometro. E si difende molto bene anche in volata. La sua forza è la serenità. Quando l'ho vista tranquillo prima del via, ho capito che avrebbe inventato qualcosa di speciale”.

Ma qualche avvisaglia, prima della stoccata decisiva, c'era già stata. In due tappe molto combattute, quella del Grand Colombier e di larnus, Pogecar aveva battuto nello sprint proprio Roglic. Manciate di secondi, certo, che avevano però incrinato la sicurezza del capitano della Jumbo che non aveva gradito quei guizzi irrispettosi. Ma poi, forte di una squadra che imponeva ritmi indiavolati, Roglic, sempre inattaccabile sulle Alpi, sembrava ormai avviato all'Arco di Trionfo. Difficile capire cosa sia successo. Di sicuro, oltre all'exploit di Pogecar, c'è stato un improvviso cedimento di Roglic. La tenuta nella terza settimana è sempre stato uno dei suoi punti deboli. Ma il crac, questa volta, è arrivato all'improvviso. Un Tour molto bello, combattuto, denso di imprevisti, che ha lasciato molti big per strada. In particolare l'ex numero uno del Tour, il colombiano Egan Bernal, ritiratosi prima delle Alpi.

Un ritiro che ha sancito la fine di un dominio: quello della Skay Ineos, il Super Team di Dave Brailsford, il regista britannico che dal 2012 non aveva mai sbagliato un colpo, se si esclude la vittoria di Nibali nel 2014. Con l'addio di Bernal, l'Ineos si poi è riscattata con l'arrivo a braccetto di Carapaz e Kwiatowski dopo una lunga fuga sul traguardo di La Roche. Un guizzo che non ha però cancellato il fallimento di una squadra che voleva sbancare ancora il Tour. Vogliamo parlare degli italiani? Un disastro su tutta la linea. A parte il ritiro di Fabio Aru, tra incidenti e prove opache forse abbiamo toccato il fondo. L'unico a salvarsi è stato Damiano Caruso autore di una cronometro da applausi che gli permette di conquistare il decimo posto in classifica generale. Si è speso moltissimo come luogotenente di lusso, si spera che ai prossimi mondiali di Imola (27 settembre) abbia un ruolo adeguato ai suoi mezzi.

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