Interventi

Sorpresa, nella produttività Italia batte Germania e Francia

Dal 2015 al 2018 siamo cresciuti più degli altri maggiori paesi della moneta unica in europa

di Marco Fortis


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5' di lettura

Abbiamo già dimostrato in più occasioni che non è l’industria che frena la produttività aggregata italiana bensì altre cause quali le diffuse inefficienze del settore pubblico e della burocrazia, il basso valore aggiunto delle reti e di molti servizi locali, i ritardi nel digitale, la crisi delle banche. Conseguentemente, anche molti luoghi comuni sulle ragioni della debole competitività dell’economia italiana, attribuita spesso rozzamente proprio alla prevalente presenza di piccole e medie imprese ritenute poco produttive nel nostro sistema manifatturiero, vanno rivisti.

Il contributo dell’industria

Anche alcuni recenti dati Istat indicano chiaramente che l’industria ha dato il maggior contribuito - per circa i tre quarti del totale - alla crescita della produttività aggregata del lavoro in Italia nel periodo 1995-2017 (https://www.istat.it/it/files//2018/11/Misure-produttivita__ottobre2018.pdf). Tuttavia, pur assodato ciò, una critica frequente è che la nostra industria, nel raffronto con le altre economie europee, ha spesso evidenziato una dinamica della produttività inferiore o insoddisfacente. Ciò è sicuramente stato vero nel passato ma le statistiche di contabilità nazionale di Eurostat aggiornate al 2018 evidenziano miglioramenti molto significativi negli ultimi anni.

Infatti, per la prima volta nell’era dell’euro la produttività del lavoro italiana nell’industria manifatturiera (data dal rapporto tra il valore aggiunto lordo a valori concatenati 2010 e gli occupati) nell’ultimo quadriennio 2015-18 è cresciuta di più di quella degli altri tre maggiori Paesi della moneta unica (Germania, Francia, Spagna). Un evento che non era mai accaduto nei precedenti quattro quadrienni (1999-02; 2003-06; 2007-10; 2011-14), quando invece eravamo stati sempre ultimi dietro agli altri tre nostri principali competitor. Questa novità positiva è stata in gran parte la diretta conseguenza delle prime serie riforme del mercato del lavoro (Jobs act, decontribuzioni) e del finanziamento dell’innovazione in beni capitali (super-ammortamento, Industria 4.0) avvenute in Italia dopo che per anni erano state invano invocate.

Il grande balzo in avanti

    Nel quadriennio 2015-18, la produttività media del lavoro dell’industria manifatturiera è così aumentata nel nostro Paese complessivamente del 9,3% in termini reali, contro una crescita del 7,5% in Francia, del 7,1% in Germania e del 3,4% in Spagna. Un risultato notevole, anche perché la nostra produttività manifatturiera non era mai cresciuta così tanto nei precedenti quattro quadrienni dell’era dell’euro. Dunque, non è affatto scritto nella pietra che l’Italia debba essere sempre ultima in Europa, tantomeno nella dinamica della produttività. Per marcare un cambio di passo era infatti sufficiente mettere le imprese nelle condizioni di lavorare al meglio, con riforme che rendessero più efficienti e incentivanti i mercati del lavoro e dei beni capitali. Purtroppo, questa via, che era stata coraggiosamente imboccata soprattutto nel triennio 2015-17, sembra ora compromessa dalla marcia indietro politica e decisionale che ha paralizzato il Paese nell’ultimo anno, riportandolo a logiche elettorali di deficit spending e di assistenzialismo che sono di per sé generalmente dannose, ma che lo sono ancora di più oggi considerando anche il rallentamento economico in corso che richiederebbe invece urgenti interventi pro crescita.

    Il primato della manifattura

    Anche analizzando comparativamente, per settori e per classi di addetti, la produttività manifatturiera italiana emergono dati per molti aspetti sorprendenti. Infatti, le più recenti statistiche strutturali dettagliate di Eurostat, relative al 2016, fotografano uno stato di salute della manifattura italiana post-crisi eccellente. Intanto scopriamo che a livello aggregato la produttività del lavoro italiana nella manifattura è la più alta tra i quattro maggiori Paesi euro nelle imprese piccole da 20 a 49 addetti e in quelle medie da 50 a 249 addetti, cioè nell’ossatura del nostro cosiddetto “quarto capitalismo”. Inoltre, il nostro manifatturiero è secondo per produttività solo alle imprese francesi anche nella classe 10-19 addetti.

    Ciò nonostante, nel confronto con la Germania presa come benchmark, si potrebbe obiettare che la nostra produttività media manifatturiera complessiva (61.400 euro per occupato) è molto inferiore a quella tedesca (77.400 euro). E facile sarebbe la tentazione di scaricare sulla nostra piccola dimensione di impresa la presunta causa principale di tale divario. Ma non è così. Vivisezionando i dati della produttività, infatti, scopriamo che sono soprattutto i settori di specializzazione e solo secondariamente le dimensioni di azienda a fare la differenza. Infatti, senza l’automotive, in cui le grandi imprese tedesche eccellono non solo a livello europeo ma mondiale, la produttività del lavoro manifatturiero è più alta in Italia che in Germania anche nelle grandi imprese con oltre 250 addetti!

    Il peso delle microimprese

    Cioè, senza automotive la produttività media manifatturiera tedesca è superiore a quella italiana esclusivamente nelle microimprese con meno di 10 addetti e se noi e i tedeschi “rinunciassimo” a queste ultime essa diventerebbe all’incirca uguale. Ma “rinunciare” alle nostre microimprese solo per inseguire un “primato statistico” teorico e eguagliare a tutti i costi la Germania per produttività media aggregata manifatturiera non avrebbe alcun senso. Infatti, privandosi delle sue microimprese manifatturiere l’Italia non soltanto perderebbe una rete nevralgica di relazioni e subforniture, specie all’interno dei suoi distretti industriali, ma si vedrebbe anche amputata dei circa 25 miliardi di Pil e dei circa 900mila occupati delle sue stesse microimprese.

    Emblematico è il caso dei settori tradizionali. Nel settore tessile, ad esempio, la Germania ci batte per produttività aggregata (53mila euro per occupato contro i nostri 50mila). Se noi e i tedeschi “rinunciassimo” ad avere le microimprese tessili con meno di 10 occupati, la nostra produttività media statisticamente migliorerebbe e supererebbe quella tedesca (59mila euro contro 55mila). Inoltre, resteremmo comunque il primo Paese tessile dell’Ue, con un valore aggiunto di 1 miliardo e 200 milioni di euro più alto di quello tedesco. Ma perché mai, solo per innalzare la nostra produttività, dovremmo “rinunciare” agli oltre 800 milioni di euro e agli oltre 31mila occupati garantiti dalle nostre microimprese tessili? Un discorso analogo vale anche per altri settori della manifattura tradizionale come ad esempio i mobili. In questo settore, senza le microimprese la nostra produttività media supererebbe quella tedesca, ma perderemmo oltre 1 miliardo di euro di valore aggiunto e oltre 40mila occupati.

    La latitanza della politica

    Torniamo dunque daccapo. Il settore manifatturiero italiano si è molto rafforzato negli ultimi anni e oggi è un punto di eccellenza per crescita ed efficienza. Se l’Italia vuole davvero affrontare la sfida della sua debole produttività totale deve migliorare soprattutto in quei settori che zavorrano il nostro Pil e sembrano refrattari e impermeabili a qualsiasi serio tentativo di riforma. Per fare ciò non servono sterili dibattiti tra economisti e opinionisti che giudicano perennemente con biasimo le nostre Pmi e che sono perennemente afflitti dal fatto che l’Italia non possieda grandi gruppi come quelli tedeschi. Serve bensì una politica coraggiosa sul settore pubblico e sulla burocrazia (che sono cruciali per la semplificazione), sulle infrastrutture e sul Mezzogiorno (che sono cruciali per la crescita complessiva del Paese). Purtroppo, però, di questo tipo di politica per ora non si vede nemmeno l’ombra.

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