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Sostegno a Kiev e Tel aviv, ma senza tacerne gli errori

di Sergio Fabbrini

(AFP)

4' di lettura

Le chiamiamo guerre, ma guerre non sono. Ciò che è successo in Ucraina e in Israele non ha le caratteristiche di una guerra ma di un’aggressione unilaterale (da parte della Russia e di Hamas, rispettivamente) nei confronti di uno stato di cui non si vuole riconoscere l’esistenza sovrana. Vediamo perché. La Russia imperialista di Putin e l’Islam fondamentalista di Yahya Sinwar (il leader “operativo” di Hamas a Gaza) hanno poche cose in comune. La prima ha una base territoriale che vuole estendere, mentre il secondo fa parte di una comunità religiosa non racchiudibile entro confini territoriali. La prima persegue il mito secolare di origine zarista (la ricostituzione della “grande Russia”), il secondo alimenta il mito religioso di un Islam “trionfante” sugli infedeli. La prima vuole ricostituire il proprio status di potenza militare globale, il secondo mira a fare dell’Islam la potenza religiosa globale.

Eppure, nonostante tali diversità, Putin e Sinwar condividono il disprezzo per le società aperte, dove gli individui sono protetti da diritti inalienabili rispetto a chi detiene il potere (secolare e religioso), perché garantiti da un sistema giudiziario indipendente da chi comanda. Ucraina e Israele sono democrazie, seppure imperfette, che sono l’opposto dei regimi autocratici (sia secolari che religiosi) che quei leader rappresentano. Poiché Putin e Sinwar non riconoscono l’esistenza stessa dell’Ucraina o di Israele, essi si rifiutano di rispettare il diritto internazionale che regola la guerra (obbligando a distinguere, ad esempio, tra civili e militari). Intendiamoci. La guerra totale non è un fenomeno recente, essendo stata inaugurata con la fine della Seconda guerra mondiale. Ma nel caso di Putin e Sinwar, essa non è utilizzata per rafforzare future posizioni negoziali, ma per cancellare un popolo di cui non si riconosce l’esistenza. A Putin non interessa la protezione delle comunità russofone delle regioni orientali dell’Ucraina, né a Sinwar interessa la costruzione di uno stato palestinese. Tant’è che non hanno mai avanzato proposte specifiche in proposito, essendo interessati esclusivamente ad eliminare una democrazia in formazione ai confini della Russia ed una democrazia difficile al centro del mondo arabo. Chi non lo capisce, è ignorante o in mala fede.

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Se la democrazia è la vera posta in gioco delle due aggressioni militari, allora è evidente che le altre democrazie non possono che sostenere Kiev e Tel Aviv. E lo debbono fare con aiuti militari ed economici, ma anche con le loro critiche costruttive. Kiev sarà tanto più forte nel respingere l’aggressione esterna russa, quanto più determinata sarà la sua azione interna a democratizzare il proprio processo politico. Soprattutto, a combattere la corruzione, se è vero che l’Ucraina continua ad essere tra i Paesi più corrotti d’Europa (secondo il «Corruption perception index» del 2022). Tel Aviv sarà tanto più legittimata a combattere Hamas, quanto più sarà disponibile a ricercare una soluzione che garantisca le aspirazioni nazionali del popolo palestinese. Ma, anche qui, intendiamoci. Gli innumerevoli tentativi di negoziare la soluzione di “due stati limitrofi e in reciproca sicurezza” (come da accordo di Oslo nel 1993) sono falliti non solamente per le resistenze interne all’élite politica israeliana, ma anche per il reiterato rifiuto dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) ad accettare una soluzione di ragionevole compromesso. Come quella avanzata dal presidente Bill Clinton nell’incontro di Camp David del luglio 2000 che prevedeva la nascita di uno Stato palestinese, ma il ritorno di solamente alcuni dei 700.000 palestinesi costretti a lasciare le loro case dopo la vittoria militare di Israele nel 1949 e un rimborso per gli altri. La paralisi negoziale ha condotto alla crescita della destra radicale in Israele e a quella di Hamas tra i palestinesi, entrambe organizzazioni impegnate a “liberarsi definitivamente” dell’avversario. La degenerazione corruttiva dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), divenuta ostaggio di una oligarchia gerontocratica (guidata da Abū Māzen) preoccupata della propria sopravvivenza e non di quella dei palestinesi, ha favorito la crescita di Hamas. La degenerazione personalistica del Likud, divenuto ostaggio di un leader (Benjamin Netanyahu) preoccupato del proprio potere e non della sicurezza di Israele, ha favorito la legittimazione governativa
dei partiti fondamentalisti dei coloni israeliani. Con l’esito che due opposti ma speculari fondamentalismi hanno finito per controllare i rispettivi campi. Non c’è una responsabilità univoca per i fallimenti dei precedenti negoziati israelo-palestinesi. Chi lo pensa,
è ignorante o in mala fede.

Insomma, sia a Kiev che a Tel Aviv è in gioco la difesa della democrazia dagli attacchi di autocrazie laiche e religiose. Quegli attacchi sono stati favoriti dalle divisioni interne ai Paesi in questione, ma anche dalle divisioni che stanno paralizzando le nostre democrazie. Come ha scritto l’Economist di metà settembre scorso, la crescita dei partiti della destra radicale in Europa e in America è responsabile di una polarizzazione politica che sta mettendo in discussione il loro centro politico. È difficile per quest’ultimo sostenere Kiev e Tel Aviv se continua ad essere sfidato da forze autoritarie interne in sintonia con i regimi autocratici esterni che esso dovrebbe contrastare. La democrazia, ha scritto Larry Bartel, si sta erodendo dall’alto e non dal basso. Eppure, Kiev e Tel Aviv vanno sostenute, perché lì si gioca il futuro delle nostre società aperte. Società piene di difetti ma dotate della libertà per correggerli.

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