PROSPETTIVE VERDI

Sostenibili, a chilometro zero, stagionali: le nuove vie del floral design

Un approccio local, attento al territorio, che sposa manualità e web. Come digitalizzazione, delivery e corsi individuali hanno cambiato i campi dei vivai.

di Mariangela Rossi

Un momento di un workshop di floricoltura nel vivaio Horta de la Viola, a Palafrugell, Spagna.

3' di lettura

Figure femminili – paesaggiste, agricoltrici, floral designer o, anche solo, esperte – che apprezzano talmente le fioriture spontanee, l'arte della lentezza e il rispetto dell'ambiente, da averne fatto una professione. Sono le flower farmer, proprietarie di piccole e medie aziende agricole, specializzate nella coltivazione di fiori recisi, a chilometro zero. In comune a tutte, oltre alla tenacia, c'è un approccio sostenibile, locale e attento alla stagionalità. In stile Slow Food, ma declinato su narcisi, tulipani, ranuncoli, rose e centinaia di diverse varietà floreali. SlowFlowers è il nome della loro associazione.

Il campo di Horta de la Viola.

Il florovivaismo italiano, che prima della pandemia segnava il record delle esportazioni, con un saldo pari a 378 milioni di euro nel 2019, sta ora perdendo terreno, a causa dell'emergenza Covid-19: da una prima stima pare che circa un miliardo di pezzi, tra fiori recisi e piante, siano andati distrutti, anche a seguito della cancellazione di cerimonie ed eventi. Le flower farmer, però, non si arrendono e inventano nuovi percorsi. Vendita diretta, digitalizzazione per accorciare la filiera – tra le nuove startup, Bloovery, che durante il lockdown ha supportato i fioristi nella trasformazione digitale –, oltre a file multimediali formativi e a consegne a domicilio.

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Così sta facendo Azzurra Scerni, il cui progetto è di aprire Casale Denari come primo flower resort in Italia, nell'Oltrepò Pavese: la fattoria, 50 ettari, è un tripudio di fiori. «Hanno qualcosa di potente, in grado di smuovere gli animi, un grande aiuto anche in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando. Appena è iniziata la chiusura, lasciavo fiori davanti al cancello, disponibili per chiunque passasse, poi ho iniziato le consegne. Sempre più persone oggi chiedono corsi individuali, in sicurezza, di decorazione floreale», spiega la farmer florist e fioraia-contadina, come ama definirsi. «Ho studiato Arte e storia delle composizioni, ma, anziché acquerelli, uso i fiori che coltivo. Inizialmente erba della pampa e perenni, come echinacee e anemoni giapponesi, poi tante altre varietà», racconta.

Il vivaio Anna Peyron, a Castagneto Po, in provincia di Torino.

«C'è tanta domanda per le zinnie, belle e un tempo snobbate, e per i fiori di campo, ma sta tornando di moda anche la dalia», spiega Olga Campagnoli di Olga's Flower Farm, tra le pioniere in Italia, con due grandi campi, per le annuali e per le perenni, e una serra in provincia di Como. Laureata in Bocconi, master in Landscape design, coltiva fiori spesso dal fascino rétro, per colmare un vuoto nel mercato dei recisi. «Sono raccolti in giornata, non subiscono lo stress da trasporto, aiutano a ridurre i costi e l'inquinamento, e durano di più. Grande è l'attenzione, poi, nella scelta degli imballaggi, nelle tecniche di irrigazione e nell'eliminazione di materiali tossici, come la spugna», spiega Olga che organizza, insieme alle lezioni individuali di decorazione, anche quelle di flower farming. «In quarantena le persone si sono prese il tempo di apprezzare il fiore in tutta la sua evoluzione, ho avuto clienti che si sono commossi davanti a un bouquet», racconta.

Un ritratto di Anna Peyron e il libro da lei scritto, “Il romanzo della rosa”.

Nel torinese, c'è chi riecheggia la poetessa e botanica Vita Sackville-West, sottolineando che, lavorando, si è «spezzata la schiena, le unghie e talvolta anche il cuore», ma celebra l'imperatrice botanica Giuseppina Bonaparte e, soprattutto, sua maestà la rosa. «Sono una fonte inesauribile di piacere. Le amo tutte, in particolare la Rosa canina, per il suo portamento libero, e la Belle Portugaise, con i suoi boccioli affusolati», racconta Anna Peyron, fondatrice dell'omonimo vivaio a Castagneto Po e autrice de Il romanzo della rosa (Add Edizione). «I più richiesti sono gli ibridi di Tea, con una gamma cromatica infinita, e di Moschata, per la resistenza alle difficoltà climatiche». Peyron è una flower farmer ante litteram, essendo stata una delle prime vivaiste di rose in Italia, dopo la folgorazione al Chelsea Flower Show, nel 1984.

Una composizione di Puscina Flowers, a Montefollonico, in provincia di Siena.

In Toscana, tra Pienza e Montepulciano, Laura, Teresa e Mara Cugusi sono le proprietarie di Puscina Flowers, con circa 400 varietà e un laboratorio di floral design annesso, anche per lezioni online. «L'ispirazione, oltre alla bellezza e al legame con il territorio, è nata da alcune realtà americane, tra cui Floret Flower, che lavorano con un approccio multidisciplinare, cioè coltivazione e trasformazione dei fiori attraverso l'arte», spiegano.

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