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Sostenibilità ambientale, crescita, innovazione: le promesse e le opportunità della circular economy

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4' di lettura

L'economia circolare, non ci sono più molti dubbi a riguardo, è uno dei modelli di sviluppo dei prossimi anni. Lo hanno capito da tempo diverse istituzioni delineando scenari e progetti concreti per i prossimi decenni: vanno in questa direzione, per esempio, l'Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile e il framework Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite, il Pacchetto sull'Economia Circolare varato dalla UE e la proposta di decarbonizzazione al 2050 della Commissione Europea. L'economia circolare rappresenta un cambiamento di prospettiva “epocale” e, allo stesso tempo, un'opportunità sistemica di coniugare le esigenze di crescita sostenibile e di lotta allo spreco con quelle di competitività e innovazione.
L'Italia, spesso e volentieri in coda alle classifiche che misurano progresso tecnologico e digitalizzazione, in termini di circolarità sembra non farsi trovare impreparata, anzi. Siamo fra i Paesi più virtuosi nel panorama continentale in fatto di efficienza energetica, utilizzo di tecnologie rinnovabili e recupero dei materiali. Lo dimostrano le tante iniziative nate in questi anni e soprattutto i dati (della Fondazione Sviluppo Sostenibile) che vedono la Penisola al secondo posto dietro alla Germania nel riciclo dei rifiuti urbani e in ottima posizione nell'ambito dei rifiuti da imballaggio. Il varo di Icesp (Italian Circular Economy Stakeholder Platform), avvenuto circa un anno fa da parte dell'Enea (l'agenzia nazionale controllata dal Mise per lo sviluppo sostenibile), va anch'esso in questa direzione e ha l'obiettivo specifico di creare un punto di convergenza su iniziative, esperienze, criticità e best practice di economia circolare. Dalla stessa Enea, inoltre, è in rampa di lancio la pubblicazione, in uscita il 28 novembre, “Economia circolare, la nuova rivoluzione industriale”.

Competitività, nuova occupazione e new business
L'Unione Europea valuta in 600 miliardi di euro all'anno la possibile riduzione dei costi industriali associabile alla prevenzione dei rifiuti, all'ecodesign e al riutilizzo dei materiali e stima in circa 700mila nuovi occupati l'effetto positivo della transizione verso modelli di business circolari. Numeri importanti, che superano la dicotomia percepita tra sostenibilità e crescita, da sempre il fattore critico che ha frenato la trasformazione del sistema produttivo verso modelli più sostenibili. Non è quindi un caso che questo tema sia oggetto di studio, per un protagonista dell'innovazione come Accenture, arrivata a definire un Sustainability Value Framework che identifica gli impatti dell'economia circolare sia sulla cosiddetta “top line” (nuovi prodotti legati alla sostenibilità e miglioramento del valore intangibile) che sulla “bottom line” (riduzione dei costi e miglioramento della gestione del rischio). L'opportunità di new business legata alla circolarità a livello globale vale, secondo gli esperti, qualcosa come 4,5 trilioni di dollari al 2030 ed è legata all'eliminazione delle diverse voci di spreco dell'economia lineare (risorse, cicli di vita, capacità e componenti di valore) attraverso l'introduzione di energia rinnovabile e materiali di natura biologica, la rigenerazione e l'erogazione di servizi per l'ottimizzazione e la condivisione delle risorse, l'incremento delle pratiche di riciclo e il recupero di energia.

Gli scarti come fonte di valore
Il valore dell'economia circolare, secondo Accenture, si manifesta appieno eliminando il concetto stesso di “rifiuto”, riconoscendo che tutto ha un valore.Da questo concetto prendono corpo cinque modelli di business “circolari” e funzionali ad innovare prodotti e servizi. La “circular supply chain” è il primo di questi modelli. Vive di innovazione e di ricerca e offre l'accesso a risorse rinnovabili, riciclabili o biodegradabili in sostituzione di quelle lineari. In Italia, giusto per dare una dimensione a questo fenomeno, la bio-economia sviluppa un fatturato annuo di circa 330 miliardi di euro (in Europa solo Germania e Francia fanno meglio) e occupa due milioni di lavoratori.
Un secondo modello, più comunemente associato al concetto di economia circolare, è quello del recupero e del riciclo, e quindi del riutilizzo di materia e di energia nascosta nei processi produttivi e nei prodotti scartati. Tutto ciò che è considerato scarto viene reintrodotto per altri usi, di fatto eliminando lo spreco e trasformando quest'ultimo in valore. Ragionare sulla massimizzazione del valore del bene a fine vita comporta il ripensamento del design dei nuovi prodotti all'insegna di modularità, identificazione dei materiali, durabilità: colossi come Nike e Ikea stanno adottando massivamente questo modello.

Lunga vita ai prodotti e prodotto come servizio
L'estensione del ciclo di vita di un prodotto è il terzo modello di business possibile: si parte dal ricondizionamento del prodotto (ulteriori possibilità sono la riparazione e l'aggiornamento delle sue caratteristiche e funzionalità), si struttura la vendita a un target di clienti sensibile al prezzo e si genera fatturato attraverso la longevità del prodotto stesso. Google applica questo concetto sui propri data center, collocando le componenti in eccesso dei pezzi di ricambio, identificati attraverso un progetto di gestione dell'obsolescenza, sul mercato secondario. Ad oggi ha venduto in questo modo circa due milioni di pezzi.
Le piattaforme di sharing che offrono un luogo “virtuale” di incontro fra i proprietari di un prodotto e gli individui o le organizzazioni interessati ad usarli, sono un altro esempio di come si possa fare business con l'economia circolare, riducendo l'impatto ambientale. È il principio adottato dal marketplace Floow2, piazza virtuale B2B che mette in connessione domanda ed offerta in eccesso di attrezzature e macchinari e di competenze sottoutilizzate. Nel 2018 vi hanno creduto oltre 17mila utenti. E infine c'è il modello, divenuto già paradigma, del “prodotto come servizio”, secondo cui il produttore mantiene la proprietà del bene e ne vende le sue prestazioni in modo continuativo, mettendo a disposizione i servizi necessari per mantenerlo in uso lungo l'intero ciclo di vita, rigenerazione e riciclo compresi. Così facendo, confermano gli esperti, l'impatto ambientale di un prodotto ridursi tra il 20 ed il 50%. Anche in questo caso gli esempi non mancano: Signify (ex Philips Lighting) vende ore di illuminazione non più lampade, Michelin vende km percorsi con i propri pneumatici, SafeChem offre trasporto, stoccaggio e manipolazione di solventi chimici in alternativa al puro acquisto degli stessi.

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