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«Sostenibilità al centro, le aziende siano aperte ai giovani del territorio»

Parla il Ceo di una delle aziende storiche del distretto tessile biellese. «Gli Its sono uno strumento prezioso, costruito su misura per le imprese, capace di completare la formazione scolastica dei ragazzi e avvicinarli al mondo del lavoro»

di Filomena Greco

 Ercole Botto Poala

3' di lettura

Ha scelto la strada della sostenibilità, ed è la prima azienda tessile ad aver ottenuto il riconoscimento di B-corp nel settore. Reda è uno dei nomi storici del distretto tessile biellese, con un fatturato di circa 70 milioni e un organico fatto da 395 risorse. «La collaborazione con Sistema Moda Italia e con Tam è uno strumento prezioso, costruito su misura per le aziende, capace di completare la formazione scolastica dei ragazzi e avvicinarli al mondo del lavoro» racconta Ercole Botto Poala, ceo di Reda.

Qual è il punto di forza del percorso Tam?

Beh sicuramente il fatto che ci sia un percorso formativo svolto all’interno delle aziende che favorisce poi l’ingresso dei ragazzi nella forza lavoro, soprattutto se si parla dell’area tecnica che richiede competenze specifiche. Il Tam è nel cuore del distretto tessile quindi costruisce la sua offerta formativa partendo dai fabbisogni delle imprese del territorio. Quindi non solo l’azienda trova risorse competenti ma le trova sul territorio. In più il percorso Tam dà la possibilità non solo agli studenti di formarsi ma anche alle persone di ricollocarsi, con possibilità di trovare un lavoro per oltre il 90% delle persone. Nei prossimi anni questi percorsi di riqualificazione saranno ancora più importanti nel mondo della formazione perché l’industria avrà bisogno di persone formate con nuovi modelli formativi.

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Esiste in Italia un forte mismatch. Come limitarlo?

Si tratta dell’effetto di una cultura diffusa che diceva: Se non studi, vai a lavorare. Oggi serve studiare per poter lavorare e la formazione è funzionale ai propri desideri professionali. Oggi manca una generazione di studenti nella formazione terziaria che genera un buco nelle competenze e che lascia sul campo occasioni di lavoro importanti.

Come incide questo su competitività e capacità di innovare?

Le aziende hanno avuto soprattutto in passato la responsabilità di non aprirsi abbastanza agli studenti. Noi abbiamo circa mille visite all’anno da parte di scuole e università. È importante aprirsi, farsi conoscere e raccontare come sono oggi i poli produttivi, diversi dalle fabbriche «in bianco e nero» degli Anni Cinquanta, ma si tratta di aziende tecnologicamente avanzate.

Come sta cambiando pelle la vostra azienda?

La pandemia sta accelerando questa rivoluzione, stiamo passando da un mondo industriale a un mondo digitale. Noi siamo i latifondisti e dobbiamo decidere come trasformarci in aziende moderne. La nostra filiera è la seconda per inquinamento, il driver della trasformazione è la digitalizzazione di imprese e processi produttivi per inquinare meno. La nostra azienda l’anno scorso ha risparmiato ad esempio 200mila euro grazie alla digitalizzazione dell’intera collezione. Questo ci ha permesso di ridurre tempi, sprechi, utilizzo di materiali, tagliando i consumi di acqua e l’emissione di CO2. Il nostro ufficio stile in sostanza crea la collezione in digitale e poi la realizza nel concreto. Il vero problema nei prossimi anni non sarà quello di trovare nuovi clienti ma approvvigionarsi di materie prime.

La sostenibilità è un percorso che si adatta alla moda?

Il concetto di moda democratica ha permesso di sviluppare sul mercato un modello capace di garantire un buon abbigliamento a costi sempre più accessibili. Non credo sia il male assoluto, il tema è che l’intero settore deve acquisire la capacità di misurare il proprio impatto. Il legislatore europeo dal canto suo deve fissare dei paletti e mettere in condizioni i produttori e l’intero sistema moda di rispettare parametri sostenibili. Qualcuno deve dirci qual è il modello sostenibile, questa gara sulla sostenibilità, che sta diventando uno strumento di marketing, è al momento una gara senza arbitro. Noi abbiamo scelto un sistema di certificazione che misurasse l’impatto nel prodotto, su personale e fornitori, su ambiente e benessere degli animali.

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