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Sostenibilità e vino, ruolo crescente dei Consorzi di tutela

A Enotrend il bilancio sulla certificazione Equalitas e le prossime tappe per aumentare le cantine che applicano pratiche sostenibili

di Giorgio dell'Orefice

(Adobe Stock)

3' di lettura

I consorzi “registi” del mercato della sostenibilità del vino. È quanto è emerso da un incontro nell’ambito di Enotrend, salone dedicato alla viticoltura nell'ambito della manifestazione Rive a Pordenone dedicato proprio al “Ruolo dei consorzi di tutela tra normativa vitivinicola nazionale e nuova Pac”.

«Il Testo unico del vino all'articolo 39 – ha spiegato il docente di viticoltura ed enologia dell'Università di Padova, Eugenio Pomarici – disciplina le azioni di gestione della produzione che possono svolgere i consorzi mentre all'articolo 41 effettua un'assegnazione indiretta di competenze in materia di sostenibilità mediante i piani di miglioramento della qualità del prodotto. Senza contare che sullo sfondo c'è il tema dell'inserimento nei disciplinari di produzione di vincoli relativi all'impatto ambientale. Insomma ci sono grandi potenzialità anche se la sensazione è che l'assetto normativo non sia adeguato»

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Sul piano della sostenibilità i consorzi Doc, o meglio la loro federazione, qualcosa di importante già l'ha realizzato visto che diretta emanazione di Federdoc è lo standard Equalitas, uno dei primi standard privati di sostenibilità avviati in Italia.
«Il ruolo dei consorzi è fondamentale – ha commentato il presidente di Federdoc e di Equalitas, Riccardo Ricci Curbastro –. In Italia 120 Doc realizzano l'85% del vino made in Italy e le restanti 400 il 15%. E quasi sempre dietro le Doc più importanti c'è un consorzio. E questo accade perché riunirsi in consorzio è un metodo di lavoro, impone degli obblighi ma soprattutto non si lavora insieme non si va molto lontano».

I consorzi sono chiamati dalla legge a intervenire sul fronte della gestione dell'offerta rispetto al mercato un ruolo che finora hanno svolto con alterni risultati. “I consorzi – ha aggiunto Ricci Curbastro – dispongono di strumenti importanti come il blocco degli impianti, la gestione delle rese la riserva vendemmiale. Sono tutte azioni però che danno risultati nel medio termine e non sono adatti a affrontare tempestivamente le difficoltà congiunturali. Sono qualcosa di molto diverso dalle leve anche commerciali che ha in mano una singola azienda. E anche la prospettiva di evolvere in organizzazione interprofessionale naturalmente non sarà per tutti ma solo per gli organismi più strutturati”.

E poi c'è il tema della sostenibilità. Allo standard Equalitas dal 2015 a oggi hanno aderito 215 cantine italiane che rappresentano una produzione di 7,5 milioni di ettolitri pari a circa il 17% del vino made in Italy. « Siamo andati oltre le nostre aspettative – ha aggiunto il presidente di Federdoc – ma la realtà è che la certificazione costa, occorrono software e organizzazione aziendale e non tutti sono attrezzati. In più si tratta di costi che al momento è difficile scaricare sul prezzo del prodotto. In genere il mercato non è ancora pronto ma qualcosa sta rapidamente cambiando. Come Equalitas abbiamo stretto accordi con BRC-GS che è uno standard internazionale richiesto da diverse catene della grande distribuzione che acquistano solo prodotti eticamente sostenibili. Allo stesso modo stiamo negoziando un altro accordo con Amphora uno standard richiesto dal Systembolaget, il monopolio svedese. Questo per dire che per il momento il tema è già forte a livello distributivo, il mercato e il consumatore arriveranno col tempo».

Non manca invece chi è scettico sulla possibile coincidenza tra i concetti di qualità e di sostenibilità. «Bisogna fare attenzione – ha aggiunto il direttore generale del ministero delle Politiche agricole, Luigi Polizzi – i requisiti di sostenibilità non dicono nulla sulla qualità organolettica del prodotto come l'abbiamo intesa finora. Per questo a mio avviso inserire i requisiti green all'interno dei disciplinari di produzione rischia di banalizzare il concetto di qualità, ma soprattutto di spostare l'attenzione dal prodotto, al processo produttivo. E un processo del genere può vanificare il lavoro e gli sforzi messi in campo negli anni per affermare il modello di qualità made in Italy incentrato sulle denominazioni d'origine e su legame tra produzioni e territori».
Secondo il dirigente del Mipaaf invece prospettive interessanti ci sono sul piano del ruolo dei consorzi sul mercato. «Il riconoscimento come organizzazioni interprofessionali dei consorzi – ha aggiunto Polizzi – potrà avvenire nel quadro della nuova Politica agricola comune che entrerà in vigore nel 2023. Occorrerà però soddisfare requisiti stringenti come quello di rappresentare due terzi del numero dei produttori e due terzi dei volumi di vino prodotto nella Doc. Tuttavia, proprio questi elementi consentirebbero di potrebbe segnare il vero salto di qualità del sistema dei consorzi che passerebbero dall'essere organismi che hanno gestito l'indicazione geografica (la sua tutela e la sua promozione) a strumenti di reale gestione del prodotto».

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