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Sostenibilità in frenata ma è già pronta alla ripartenza

Effetto Covid: auto private e meno mezzi elettrici, plastica monouso. In Italia arretrano 6 obiettivi Onu su 17 ma gli investimenti non si fermano

di Chiara Bussi

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(Epa)

Effetto Covid: auto private e meno mezzi elettrici, plastica monouso. In Italia arretrano 6 obiettivi Onu su 17 ma gli investimenti non si fermano


4' di lettura

C’è un prima e un dopo. Prima dello scoppio della pandemia da coronavirus il sistema economico europeo sembrava aver compreso che la strada della sostenibilità era l’unica percorribile. Poi è arrivata la Covid-19 e ha scardinato tutte le certezze. Quale sarà il futuro delle politiche sostenibili dopo l’emergenza che ha scatenato una crisi senza precedenti? Cittadini, imprese, classe politica sono oggi a un bivio e, soprattutto in un primo momento, i problemi di liquidità potrebbero costringere a una pausa nella traiettoria sostenibile.

Mentre nel medio-lungo termine la crisi potrebbe rilanciare una sostenibilità ad ampio raggio sulla spinta del nuovo bilancio pluriennale 2021-2027 e del Recovery Fund annunciati dalla Commissione Ue che assegnano alla svolta verde (e al digitale) un ruolo prioritario per la la ripresa. «Carpe Covid», scrive l’Economist, che di recente ha dedicato al tema una copertina, e invita a «cogliere l’attimo».

Il bilancio del lockdown

In Italia, finora il coronavirus «ha fatto male alla sostenibilità: sui 17 obiettivi fissati dall’Agenda Onu 2030 ben sei, legati agli aspetti sociali e al mondo del lavoro, hanno registrato un peggioramento», fa notare Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis, l’Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile. Anche l’inizio della fase 2 sembra muoversi nella direzione opposta a questo cammino: è il ritorno della plastica usa e getta in nome della sicurezza dei consumatori, dell’auto al posto dei mezzi pubblici per rispettare il distanziamento sociale, del calo delle vendite di mezzi elettrici.

«Sono preoccupato – dice Giovannini - che si possa ripetere la situazione successiva alla crisi del 2008-2009. La ricerca della crescita a tutti i costi potrebbe sacrificare i progressi fatti o programmati per i prossimi anni. Ma al tempo stesso sono ottimista per almeno tre ragioni». In primo luogo, spiega, «perché la Ue ha fatto di queste tematiche l’architrave per il rilancio in nome della resilienza, della sostenibilità e dell’equità». In secondo luogo «perché sono stati rafforzati legami tra investimenti e sostenibilità, con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e la Cdp Cassa e Depositi e Prestiti che hanno modificato il loro statuto in questa direzione». Infine, «perché c’è una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini». E cita numerose rilevazioni a livello mondiale che mostrano come il cambiamento climatico venga ormai ritenuto grave quanto l’emergenza sanitaria.

La consapevolezza cresce

Anche se «la crisi sembra avere spostato l’attenzione rispetto alle strategie di sostenibilità, in realtà – dice Roberto Zoboli, ordinario di politica economica all’Università Cattolica e delegato del Rettore per la sostenibilità - può rilanciarle e su basi perfino più solide. La grande domanda di protezione, che sarà la maggiore eredità psicologica e socio-politica di questo momento, può trovare risposta non solo in maggiori investimenti in sanità, ma anche in strategie sistemiche che creano un ambiente nuovo per la nostra vita, con un ripensamento dei modelli di produzione, organizzazione e allocazione di risorse collettive». A partire dai piani di rilancio.

Uno studio dell’Università di Oxford a firma, tra gli altri, di Joseph Stiglitz e Nicholas Stern, ha esaminato 700 misure di stimolo con un panel di oltre 230 esperti e ha concluso che le politiche green farebbero ripartire più velocemente le economie piegate dal virus. Creano infatti più posti di lavoro, offrono rendimenti più elevati a breve e portano maggiori risparmi nel lungo periodo rispetto alle scelte adottate dopo la crisi dei debiti sovrani. Una nuova consapevolezza cresce, come dimostra la creazione a metà aprile dell’Alleanza per un rilancio verde su iniziativa di 12 ministri Ue dell’Ambiente (tra cui Sergio Costa) e con la regia della commissione ambiente dell’Europarlamento. L’iniziativa ha raccolto finora oltre 200 firme da rappresentanti della politica, dell’economia e della finanza. Tutti d’accordo sulla necessità di un modello economico «più resiliente, protettivo, autonomo e inclusivo».

La leva del Recovery fund

Il passaggio chiave per un vero cambio di paradigma riguarda le risorse e un segnale forte è arrivato la settimana scorsa da Bruxelles: nel fondo per la ripresa da 750 miliardi e nel bilancio pluriennale da mille miliardi a disposizione dei Ventisette un ruolo di primo piano spetterà agli investimenti sostenibili previsti dal Green Deal, di cui viene ribadita la centralità. Non solo. Nelle intenzioni della Commissione Ue parte del tesoretto verrà reperito con l’introduzione di una tassa sulle emissioni di carbonio.

«Il Green Deal può essere il veicolo principale su cui sviluppare la ripresa – spiega Zoboli - perché favorisce non solo la sua qualità ambientale, ma anche quella economica, con una strategia di crescita e modernizzazione dell’economia Ue». Secondo Giovannini «si sta riscoprendo lo spirito dell’agenda Onu 2030 di una sostenibilità non solo ambientale, ma che riguarda la crescita, l’occupazione e la salute». Per conoscere l’ammontare esatto delle risorse per ciascun Paese bisognerà attendere l’esito del difficile negoziato sulla proposta di Bruxelles al Consiglio e al Parlamento Ue. Determinanti, dice l’ex ministro ed ex Presidente dell’Istat, saranno le risposte dei governi con politiche di accompagnamento alla transizione verso un futuro più sostenibile. «È ora - conclude - di scegliere da che parte stare e tornare indietro sarebbe pericoloso».

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