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Sostenibilità, a Vicenza aziende agroalimentari montane con passaporto green

Da Maculan a Rigoni di Asiago, impronta ambientale certificata a livello internazionale per 7 realtà agroalimentari

di Giambattista Marchetto

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L’Altopiano di Asiago è una delle zone interessate dalla certificazione di sostenibilità dell’Università di Padova (AdobeStock)

Da Maculan a Rigoni di Asiago, impronta ambientale certificata a livello internazionale per 7 realtà agroalimentari


2' di lettura

Un “passaporto ambientale” per le filiere e i sistemi produttivi locali, facendo della chiave green un asset capace di portare valore aggiunto alle produzioni agroalimentari. Si muove su questa linea il progetto pilota avviato dal dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova, che ha coinvolto sette aziende della montagna vicentina.

Il passaporto si propone come una “supercertificazione” sviluppata dal Cesqa (Centro studi qualità ambiente) del dipartimento e ha l’obiettivo di contribuire, grazie a percorsi di eco-design, all’innovazione gestionale e tecnologica dei sistemi produttivi. Più nello specifico, il progetto pilota – finanziato dal Psr Veneto attraverso il Gal Montagna Vicentina – ha coinvolto la casa vinicola Maculan di Breganze, la Rigoni di Asiago (succhi, confetture, miele), l’azienda olearia Colline di Marostica, la Latteria di Soligo e il Gruppo Bianchi di Tresché Conca di Roana, il Caseificio Pennar di Asiago e il piccolo agribirrificio Luna di Marostica.

Il progetto arriverà a certificare il “miglioramento dell’impronta ambientale” per le sette realtà produttive (anche in relazione al regolamento Made Green in Italy previsto dalla legge 221/2015).

I sistemi produttivi delle aziende partner sono stati analizzati in relazione ai mercati di riferimento e al ciclo di vita dei processi (dalle materie prime agli scarti), identificando possibili aree di miglioramento per alleggerire l’impatto sull’ambiente. La certificazione avviene poi dopo una verifica di una terza parte.

«Ci siamo focalizzati sulla necessità di dare al consumatore linee guida chiare su cosa sia effettivamente sostenibile dal punto di vista produttivo – spiega Alessandro Manzardo del gruppo di ricerca patavino diretto dal professor Antonio Scipioni –. Esistono infatti centinaia di certificazioni, anche perché le normative sono differenti nel mondo, ma questo genera confusione». Da qui l’idea di un “passaporto” che consenta di accedere ai mercati internazionali mettendo a sistema tutte le garanzie richieste . «Non abbiamo inventato nulla – chiarisce Manzardo – perché esistono standard internazionali. Noi abbiamo messo assieme i pezzi lungo un percorso scientifico».

Per ognuna delle realtà coinvolte è stato sviluppato un percorso ad hoc. Maculan aveva già introdotto dal 2017 alcuni vitigni resistenti alle malattie fungine (conosciuti con l’acronimo Piwi). In Rigoni di Asiago l’intervento è stato focalizzato sul packaging in vetro dei succhi, passando dalle bottiglie piccole a quelle da litro, mentre con le latterie il gruppo ha collaborato con il dipartimento di Agraria centrando l’attenzione sui mangimi per i bovini – il più possibile a km zero e digeribili.

Per l’olio è in corso l’analisi per l’ottimizzazione di nuovi impianti, mentre per la birra son state studiate le migliori colture cerealicole. Al Caseificio Pennar «partivamo già da standard elevati – spiega il direttore Fiorenzo Rigoni – utilizzando latte di vacche al pascolo, che si nutrono di erba in estate e fieno in inverno, con basso consumo di acqua e basse emissioni di gas. E poi vendiamo nei nostri spacci. Il progetto ci ha permesso di riconoscere alcuni punti ancora migliorabili e di riflettere sull’impatto che la sostenibilità può avere sul mercato».

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