foro romano

Sotto la scalinata c’è un sarcofago È la tomba di Romolo? Forse

Il ritrovamento sotto la Curia al Foro Romano di una cassa di tufo induce gli archeologi a pensare che si tratti del cenotafio del fondatore di Roma

di Antonello Cherchi

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Il ritrovamento sotto la Curia al Foro Romano di una cassa di tufo induce gli archeologi a pensare che si tratti del cenotafio del fondatore di Roma


3' di lettura

Ci sono due precisazioni da fare prima di raccontare il ritrovamento effettuato dagli archeologi del Parco del Colosseo. Il primo: la cassa o vasca di tufo rinvenuta sotto quella che era la scalinata che portava alla Curia del Foro romano non è una tomba, ma potrebbe trattarsi di un cenotafio, un monumento sepolcrale senza resti. Il secondo: ammesso che sia così, non è detto che appartenga a Romolo.

Lavoro di squadra
Questo non toglie, ovviamente, il valore della scoperta, frutto di un lavoro di squadra tra archeologi, architetti, esperti di tecnologie digitali, storici iniziato a novembre dell’anno scorso e che non può dirsi concluso. Anzi, saranno i futuri rilievi, che riprenderanno ad aprile, a rispondere con maggiore certezza alle due domande: è un cenotafio ed è di Romolo?

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Il primato di Boni
Pensare che nella vasca rettangolare di tufo lunga 1,40, larga 0,70 e alta 0,77 metri si era già imbattuto il veneziano Giacomo Boni nel 1899. L’illustre archeologo individuò, a pochi metri dal Lapis Niger (la pietra nera indicata come luogo correlato alla morte di Romolo o del padre adottivo Faustolo o ancora di Osto Ostilio, nonno del re Tullio Ostilio) e dal Comizio della Curia, presso il portico d’ingresso della Casa Iulia, una cassa o vasca e un tronco cilindrico, entrambi in tufo del Campidoglio, cava tra le più antiche di Roma.

Il ritrovamento dimenticato
Boni prese nota di quel ritrovamento, ne indicò la posizione, elencò il contenuto della cassa - «ciottoli, cocci di vaso grossolani, frammenti di vasellame campano, una certa quantità di valve di pectunculus (conchiglie) e un pezzetto di intonaco colorito di rosso» - ma poi, forse perché non ritenne il reperto particolarmente importante, lasciò perdere. Tanto che se ne perse la memoria.

La scalinata per la Curia
E accadde perfino che tra il 1930 e il 1939 l’archeologo Alfonso Bartoli - nel corso dei lavori che riportarono alla luce, attraverso la demolizione della chiesa di S. Adriano, le strutture della Curia di età romana - decise di costruire una scalinata di accesso alla Curia proprio sopra il punto in cui Boni aveva trovato la cassa. Bartoli, però, aveva preservato quel luogo realizzandovi attorno una tamponatura di mattoni.

L’intuizione degli archeologi
E arriviamo ai giorni nostri, quando gli archeologi del Parco archeologico del Colosseo, sotto la guida di Patrizia Fortini, hanno ripreso in mano la documentazione di Boni - che nel 1998 era stata analizzata anche da Paolo Carafa, professore di archeologia, ne “Il Comizio di Roma dalle origini all’età di Augusto” - e hanno intuito l’importanza di quella vasca. A novembre dell’anno scorso si è, pertanto, deciso di demolire la scala di Bartoli e andare alla ricerca del sarcofago, che si è presentato agli studiosi così come Boni l’aveva descritto 120 anni prima.

Gli elementi che fanno una prova
Ma perché riprendere a scavare reperti già scoperti? Vari elementi hanno acceso la classica lampadina nella testa degli studiosi. Intanto, la vasca - come spiegava Boni - si trovava in un vano ipogeo ubicato - come hanno contribuito a indicare gli scavi di Bartoli - in prossimità del Comizio-Curia. Il luogo di assemblea dei cittadini aveva un valore fortemente simbolico per la vita politica della città, era sede di culti e - come anche accadeva nel mondo greco e della Magna Grecia, dove c’era l’agorà - si prestava a essere la sede di un monumento, un cenotafio, dedicato alla memoria del mitico fondatore di Roma.

Il monumento al padre della città
Inoltre, il contesto coincide con quello che le fonti tramandano essere il punto post rostra (dietro i Rostra repubblicani, le tribune del Foro) dove si collocano sia il Lapis Niger, sia - secondo la lettura di un passo di Varrone da parte degli Scoliasti di Orazio - la sepoltura di Romolo, luogo quest’ultimo che coinciderebbe con la camera ipogea in cui si trova la vasca. Insomma, una serie di elementi che, uniti agli altri rilievi scientifico-archeologici, hanno dato il via agli scavi e permettono ora di ipotizzare che il sarcofago sia il cenotafio di Romolo. Non il luogo di sepoltura, perché secondo alcuni autori antichi Romolo sarebbe stato ucciso e il corpo smembrato. Saranno i rilievi futuri a dire se è veramente così. Di certo c’è - come ha spiegato Alfonsina Russo, direttrice del Parco del Colosseo - che i dati acquisiti e quelli futuri saranno messi a disposizione di tutti gli studiosi e tra due anni la scoperta diventerà un altro percorso all’interno del Foro fruibile dal pubblico.

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