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«Sovranismo» l’avversario da battere per l’Europa

di Sergio Fabbrini

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(Olycom)


4' di lettura

La politica dei paesi europei è attraversata da una nuova frattura. È opinione diffusa che essa opponga populisti e anti-populisti, piuttosto che sinistra e destra. Il populismo è considerato il nuovo avversario dei partiti tradizionali.

E così? Sì, in superficie. Ma sotto c’è molto di più. Il populismo è infatti divenuto un movimento in cui si fa entrare di tutto. È come il frigorifero riempito in preparazione delle feste.

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Se per populismo si intende il rifiuto delle élite, è vero che c’è molto anti-establishment nella politica dei paesi europei (in particolare dell’Eurozona). C’è risentimento verso le élite politiche di destra e di sinistra perché hanno trascurato gli interessi e le paure dei loro cittadini. Tuttavia, se ci fermassimo qui, discuteremmo di acqua riscaldata. Da quando esiste la democrazia, c’è una tensione tra élite e popolo.

Il punto è che, oggi, il risentimento populista ha preso una direzione inedita, rispetto ai populismi del passato. Il rifiuto delle élite politiche nazionali è sempre di più motivato dai loro fallimenti nel governare il processo di integrazione europea. Un rifiuto che ha condotto alla rinascita del sovranismo in quanto alternativa popolare all’europeismo. Se non si identificano le distinte componenti della mobilitazione populista, e soprattutto la natura contradditoria di quest’ultima, allora sarà difficile affrontarla e ridimensionarla.

Cominciamo dai paesi dell’Eurozona. In alcuni di essi (si pensi alla Grecia di Syriza, alla Spagna di Podemos o all’Italia dei Cinque Stelle), i movimenti populisti hanno sicuramente beneficiato di un sentimento anti-establishment per i fallimenti governativi dei partiti politici tradizionali.

Tuttavia quei movimenti populisti si sono soprattutto alimentati dell’insoddisfazione per la gestione della crisi finanziaria, gestione che ha penalizzato in particolare i paesi della periferia meridionale dell’Eurozona.

Così quei movimenti populisti hanno indirizzato l’insoddisfazione popolare, per la gestione della crisi, verso la richiesta di una maggiore autonomia nazionale nel campo delle politiche economiche, a cominciare da quelle di bilancio. Invece, in altri paesi dell’Eurozona (la Francia del Front National o i Paesi Bassi e l’Austria dei rispettivi Partiti della libertà o la Germania dell’Alternative für Deutschland), la mobilitazione populista è stata alimentata da malesseri identitari, più che economici. Ovvero dalla paura di essere invasi da flussi migratori incontrollati, specialmente quelli provenienti dai paesi islamici dell’Africa e dell’Asia. Di qui la forte mobilitazione anti-immigrati di quei partiti con la relativa richiesta di riprendere il controllo delle frontiere nazionali. Si tratta di populismi diversi, ma che hanno in comune una stessa richiesta, quella di rimpatriare molte delle decisioni trasferite a Bruxelles. Una richiesta che ha risvegliato sentimenti nazionalisti a lungo dormienti in quelle società nazionali, collegandoli alla frustrazione (nel primo caso) nei confronti del modello di governance dell’Eurozona e (nel secondo caso) nei confronti del modello di apertura delle società nazionali (in particolare dell’area di Schengen). Non è stato un collegamento difficile da realizzare. Infatti, entrambi i modelli hanno acquisito un carattere in misura crescente tecnocratico, in quanto le decisioni europee sembrano essere prese attraverso meccanismi automatici e procedure oscure. La critica alle élite nazionali è salita di livello. È diventata la critica ad una tecnocrazia che governa il processo di integrazione dimostrandosi insensibile nei confronti dei cittadini che pagano i costi delle politiche di austerità o che subiscono la sfida alle loro identità culturali. Così, nei paesi dell’Eurozona, il populismo ha ri-legittimato il nazionalismo nel discorso pubblico, dopo la sua protratta de-legittimazione nel lungo periodo post-bellico. Con un effetto paradossale. Quello di rilanciare il ruolo delle élite nazionali bersaglio originario del risentimento populista.

Diversa è la situazione nei paesi che non fanno parte dell’Eurozona. Ma anche qui le contraddizioni non mancano. Nei paesi dell’Europa orientale o della penisola scandinava per non parlare del Regno Unito, il nazionalismo non é mai scomparso dal dibattito pubblico. Anzi, esso ha fornito l’apparato ideologico ed emotivo con cui i paesi dell’Europa orientale si sono ricostruiti dopo la Guerra Fredda o con cui i paesi delle isole e penisole dell’Europa settentrionale si sono distinti dalla vicenda dei paesi dell’Europa continentale. Questo nazionalismo, tuttavia, si è trasformato in una vera e propria mobilitazione populista come reazione alle scelte operate da Bruxelles per affrontare le crisi multiple degli ultimi anni. In particolare come reazione alle scelte nella politica dell’immigrazione. La proposta della Commissione europea di allocare forzosamente quote di rifugiati politici nei vari stati membri dell’Ue in base a parametri oggettivi ha generato reazioni furiose, a Varsavia come a Budapest, contro le tecnocrazie di Bruxelles. Queste ultime sono divenute il nemico pubblico da combattere, in nome del popolo, per il primo ministro ungherese Viktor Orbàn o per il leader polacco Jaroslaw Kaczynski (o ancora prima per il capo-popolo inglese Nigel Farage). Così, se nell’Eurozona il populismo è divenuto sempre più nazionalista, fuori dell’Eurozona è stato il nazionalismo a diventare sempre più populista. Ciò ha finito per creare una contradditoria coalizione tra nazionalismi e populismi. Contradditoria perché di essa hanno fatto parte paesi come il Regno Unito (che ha deciso di uscire dall’Ue proprio per sottrarsi all’obbligo di fare entrare liberamente nel proprio paese i cittadini degli altri paesi dell’Ue) insieme a paesi come la Polonia o l’Ungheria (radicalmente contrari a fare entrare nei propri paesi immigrati extra-europei ma altrettanto radicalmente favorevoli che i propri cittadini possano emigrare in altri paesi dell’Ue, Regno Unito in particolare). Un’alleanza contradditoria che ha trovato il suo collante nell’anti-europeismo. Così, il sovranismo, inteso come generico ritorno alle sovranità nazionali, è divenuto l’alternativa popolare all’europeismo, inteso come specifico progetto di integrazione sovranazionale.

Ecco perché, nella politica europea, la nuova frattura è tra europeisti e sovranisti, non già tra populisti e anti-populisti. È stato l’immobilismo delle leadership europeiste che ha consentito la convergenza tra chi critica l’Ue per cosa fa e chi la rifiuta per cosa é. Se non si abbandona quell’immobilismo, promuovendo strategie istituzionali e politiche pubbliche per separare coloro che criticano da coloro che rifiutano il progetto europeo, allora dovremo vivere a lungo con la nuova frattura.

sfabbrini@luiss.it

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