Le sfide della Ue

Sovranità digitale e ritardo dell’Europa nel cambiare passo

di Carlo Carboni

(Adobe Stock)

3' di lettura

Mentre si stanno gettando le basi di una ripresa e si cercano di correggere le tradizionali rotte di sviluppo pre-pandemia, occorrerebbe prestare attenzione ai più severi ritardi accumulati dall’Unione economica e monetaria (Uem) che hanno comportato la sua perdita di peso geopolico. Tra le cause, va rimarcata l’ormai sporadica presenza europea nelle tecnologie di frontiera. Le classi dirigenti della Ue non sono senza macchia riguardo il declino tecno-economico emerso da inizio secolo che è imputabile anche ad altri fattori, fra i quali l’invecchiamento della popolazione e la luce rimasta spenta sul business del secolo, la terza rivoluzione industriale informatica. La Ue non è stata protagonista di questa innovazione radicale e ciò ha comportato un suo relativo declino rispetto ai due giganti geopolitici a trazione tecnologica, Usa e Cina.

In The Rise and Fall of German Innovation (2021), Naudé & Nagler s’interrogano, a esempio, sul forte calo della Total factor productivity (Tfp) tedesca negli ultimi 50 anni. Fattori come la relativa bassa diffusione di tecnologie o la scarsa capacità di apprendere adattandosi alle nuove tecnologie spiegano elementi di mercato e di contesto per cui l’innovazione tedesca ha ceduto il passo. L’“intrappolamento germanico” nell’innovazione incrementale però spiega, più di ogni altro fattore, la caduta a 0,79 della Tfp media nel 2011-2019 (era 2,71 tra il 1961-71 – Commissione Ue, Ameco). Oggi, esiste un gap vistoso quanto a innovazione radicale tra Stati Uniti e Germania: la frontiera dell’innovazione e delle tecnologie, nuove monete del potere globale, non sembra alla portata neppure della più grande economia europea.

Loading...

Con almeno 15 anni di ritardo, Ursula von der Leyen ha posto il problema della sovranità digitale, come interesse comune prioritario dei Paesi membri: la promozione di una competitività europea in grado di sfidare in futuro i monopoli delle cinque sorelle californiane e i colossi cinesi. Un quinto di Next Generation Eu (Ngeu) è destinato alla transizione digitale, a creare cantieri su data, intelligenza e infrastrutture.

Se le istituzioni europee, con biblico ritardo, stanno esprimendo la volontà di colmare il gap di sovranità digitale, non è del tutto certa l’esistenza di una cultura imprenditoriale europea pronta a trainare innovazione radicale per creare sovranità digitale continentale. Nel Global entrepreneurship index (Gei) del 2019, l’Italia è solo penultima nella Ue, prima della Grecia. Anche la Germania industriale è solo 15esima. Sembra che nella Ue non nascano più imprenditori schumpeteriani, innovativi e carismatici. Non solo, si registra anche una complessiva stagnazione imprenditoriale, eccezion fatta per l’Europa del Nord. È necessario riattizzare la brace sotto le ceneri, con incentivi e curricula formativi dedicati. Non perché esista probabilità di creare l’imprenditore in vitro. È però possibile migliorare le sue conoscenze e informazioni in modo che le sue scelte sul campo rispondano a un giusto equilibrio d’intuito e competenze.

Se l’offerta imprenditoriale stagna, ci sono note anche più dolenti su qualità del capitale umano e sui sistemi educativi-formativi: l’Ue e la stessa Germania sono in grave ritardo sugli Usa. Sono tutti temi noti in Italia, che presenta pessime incidenze dell’high tech e della ricerca sul Pil: l’Italia sta alla Germania come l’Ue sta a Stati Uniti e Cina, con i loro giganti dell’innovazione. Su scala globale, il ritardo tecnologico della Ue rappresenta un declino strutturale duraturo in termini di protagonismo tecnologico? O, piuttosto, è dovuto a élite europee che non hanno finora colto il nocciolo della questione? Consiste nel cambiare passo in modo condiviso, integrando nuove tecnologie, svolta green e salute, e avendo qualche ambizione in più nella corsa comune di tutti i Paesi membri per creare una sovranità digitale del Vecchio continente. La ragione forse è qui: continuiamo a chiamarci Vecchio continente, incapaci di fondarne uno nuovo. Per cambiare strada, è il decision making dell’Ue a dover migliorare. L’Unione subisce i vincoli dei poteri di veto di Stati nazionali, spesso con interessi divergenti tra loro. La conseguente farraginosità del decision making Uem spiega in parte il ritardo tecnologico, la svolta tardiva green, la vulnerabilità dei sistemi della salute e della prevenzione europei ai tempi straordinari pandemici. Continuando a procedere per piccoli passi, i Paesi della Ue finiranno come Gengè in Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Il Ngeu è un buon inizio, ma, se si vuole recuperare il ritardo in un decennio, le risorse europee necessarie per creare una sovranità tecnologica dovranno essere ingenti e ambiziose. Le classi dirigenti nazionali devono impegnarsi in riforme interne strutturali, quelle europee sono chiamate a concreti progressi nella democratizzazione dell’Unione come requisito per ottenere un cambio di passo su tecnologia e digitale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti