Opinioni del Sole

Sovranità Ue a garanzia di quelle nazionali

di Giuseppe Chiellino

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(AdobeStock)


3' di lettura

Un invito «a ragionare» e a guardare con «grande cautela alla criminalizzazione» dell’Europa, a rendersi conto di quanta strada si è fatta, anche nella vita di ogni giorno, e a non sottovalutare i motivi di crisi, di ritardi e difficoltà cercando anche qualche soluzione. Questo vuole essere “Europa nonostante tutto”, la piccola e agile raccolta di cinque interventi di Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli e Antonio Padoa-Schioppa su che cos’è oggi l’Unione europea, come ci siamo arrivati e dove potrebbe andare (La nave di Teseo, pagg. 152, 10 euro). «Non un saggio – scrive Marchetti – ma l’avvio del dialogo che ciascuno di noi quotidianamente può e forse deve condurre, se già non lo intrattiene, con amici, parenti, colleghi, semplici conoscenti fortemente critici sull’Europa, pronti a far propri slogan, luoghi comuni, giudizi sommari oggi di moda». Un testo per conoscere e capire senza perdersi in tecnicismi utili solo agli addetti ai lavori.

Smontando alcuni pregiudizi, Marchetti ricorda innanzitutto quanto l’Unione sia ancora oggi un antidoto ai conflitti, dopo 70 anni senza che alcuna famiglia abbia pianto un morto al fronte. Un risultato troppo spesso dato per scontato e che può sembrare poca cosa a generazioni mai vissute in guerra. Con il rischio, addirittura, che il «prezzo» pagato con l’Europa, cioè la «presunta perdita di sovranità», sia considerato eccessivo per un bene comune come la pace che nessuna nazione «sovrana» da sola è più in grado di assicurare ai propri cittadini. «Se per sovranità si intende la capacità di essere arbitri del proprio futuro, libertà di scelta, rifiuto di condizionamenti che rendano subalterni ... la sovranità dell’Italia non è scindibile da quella dell’Europa. Un’Europa forte, integrata, capace di decidere in tempi rapidi, in modo democratico ma con una struttura decisionale che non dipenda ogni volta da complesse trattative intergovernative» scrive Marchetti evidenziando i limiti e gli obiettivi dell’Unione di oggi che, dunque, con un rafforzamento in senso federale «costituisce il presupposto e la garanzia anche della sovranità nazionale». E a chi denuncia l’eccessiva e soffocante burocrazia comunitaria, basterebbe replicare che «il numero di coloro che vi sono impiegati non supera il numero dei dipendenti del Comune di Roma e delle controllate».

Nel ricostruire le tappe che hanno portato all’Unione di oggi, Antonio Padoa-Schioppa descrive e spiega l’evoluzione dell’assetto istituzionale, dalla Ceca del 1951 a oggi, «lungo una direzione coerente» che ha portato gli Stati membri a condividere il principio di una doppia legittimazione delle politiche Ue, nel Parlamento eletto dai cittadini e nella “Camera degli Stati” che riunisce nei Consigli i capi di Stato e di governo. «Come è corretto che avvenga in un ordinamento di stampo federale», nota Padoa-Schioppa, ricordando tuttavia come il potere di veto in capo agli Stati membri tenga fuori dalla competenza dell’Unione settori importantissimi: politica fiscale, bilancio pluriennale e quasi tutte le materie legate alla politica estera, a cominciare dalla difesa. Il progetto resta incompiuto e anche a causa di ciò le risposte ad alcune crisi degli ultimi anni, come quella migratoria, «sono state sin qui del tutto insoddisacenti». Per rispondere alle sfide che gli Stati europei hanno di fronte «la cattedrale va completata» perché da ciò «può dipende il futuro non solo dei cittadini europei ma quello dell’intero pianeta».

Sulle questioni identitarie e di cittadinanza si sofferma Martinelli per sottolineare la scarsa consapevolezza che come italiani abbiamo dei nuovi diritti acquisiti in quanto cittadini europei, diritti «che tendiamo a dare per scontati senza attribuirne il merito all’Unione». A cominciare da quello più importante che è il diritto alla libera circolazione nei Paesi Ue.

Antonio Calabrò, vicepresidente Assolombarda, guarda all’Unione dal punto di vista delle imprese, a cui serve - scrive - «un’Europa dinamica, più giusta e integrata». Sarebbe «un’illusione» per il sistema produttivo italiano pensare di farne a meno «per risalire la china». Del resto, ricorda, «l’industria italiana già dall’Ottocento è sempre cresciuta nel segno dell’Europa». Anche perché, come dimostrano gli investimenti su una frontiera tecnologica come l’intelligenza artificiale, «nessuno Stato, nessuna impresa, per quanto solida ed efficiente, può pensare di farcela in solitudine».

Ma l’Europa non è solo mercati, concorrenza e austerità, scrive Maurizio Ferrera, nel ripercorrere sin dalle prime sentenze della Corte di giustizia Ue in materia previdenziale negli anni 70. Esiste anche un’Europa sociale che con i fondi strutturali (che sono un terzo del bilancio) combatte povertà e disoccupazione e promuove istruzione, formazione e sviluppo locale. Per colmare il «doppio deficit» di visibilità e di strumenti a disposizione dell’Europa sociale, Ferrera propone non solo un cambio di linquaggio, ma anche di passo istituzionale: l’Unione sociale europea, la Use, “dirimpettaia” e contraltare dell’Unione monetaria, che – senza ripartire da zero – metta in connessione gli istituti e le politiche che esistono già.

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