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Sovrappeso, consumo di alcol, meno visite e interventi. Il conto di oltre due anni di Covid

Presentato il nuovo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane nell'ambito di Vihtaly, spin-off dell’Università Cattolica

di Nicola Barone

(katiko2016 - stock.adobe.com)

5' di lettura

Meno visite di controllo, a danno soprattutto delle cronicità, e meno visite specialistiche. Uno stile di vita aggravato da eccessi nel consumo e scarsa attività fisica anche per le restrizioni a singhiozzo subite. È l’effetto di oltre due anni di pandemia che hanno visto divenire più precaria la salute degli italiani. Senza contare che l’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto forte sulle strutture sanitarie. Il rischio del contagio, il rinvio delle attività chirurgiche programmate e di quelle ambulatoriali, la riorganizzazione delle strutture di assistenza e la riallocazione del personale, nonché l’assorbimento pressoché totale delle risorse territoriali nella lotta alla pandemia hanno determinato una riduzione della presa in carico e della continuità assistenziale per i pazienti con patologie acute e croniche, con conseguenze in termini di salute ancora poco conosciute e quantificabili, ma i cui effetti si paleseranno sulla società e sui servizi sanitari probabilmente nei prossimi anni.

Prime visite diminuite di un terzo

I dati parlano chiaro, si sono ridotte le visite specialistiche, infatti, se nel 2019 sono state erogate circa 26 milioni e 600 mila prime visite, nel corso del 2020, le prime visite sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 17 milioni e 700 mila. Sempre nel 2019, sono state erogate circa 32 milioni e 700 mila visite di controllo. Nel 2020, anche le visite di controllo sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 22 milioni e 500 mila. Si sono ridotti gli interventi programmati che sono strategici per la prevenzione e contrastano la mortalità evitabile. Un esempio per tutti, l'intervento di bypass coronarico: nel 2020, un valore pari a 76,6 per 100.000, in diminuzione rispetto al 2019 (100,9 per 100.000).

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Vaccinazioni fuori target

Con la pandemia si sono ridotte anche le coperture vaccinali: nel 2020 nessuna vaccinazione obbligatoria raggiunge il target raccomandato dall’Oms del 95%. Nell'ultimo anno i valori di copertura più alti si osservano per tetano (94,04%), pertosse (94,03%) e poliomielite (94,02%), mentre parotite (92,47%), rosolia (92,21%) e varicella (90,28%) presentano i valori più bassi.

Per il Ssn contrazione degli introiti

Anche il Servizio sanitario nazionale ha subito notevoli contraccolpi, per la contrazione notevole dei proventi propri delle aziende sanitarie (per esempio ticket e libera professione). I dati relativi alla compartecipazione alla spesa farmaceutica indicano una netta diminuzione: se nel periodo 2016-2019 ammontava a 1,6 miliardi medi annui, nel 2020 scende a 1,5 e tra gennaio-maggio 2021 è pari a 0,6. Anche i proventi per l’assistenza specialistica appaiono ridotti: nel periodo 2016-2019 ammontavano a 1,8 miliardi annui; nel 2020 calano a 1,2; tra gennaio-maggio 2021 il dato è di 0,6. Le cifre emergono in estrema sintesi dal XIX Rapporto Osservasalute 2021, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin-off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma. Questa nuova edizione di 655 pagine è frutto del lavoro di 240 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat.

Solipaca: peggiorata la tempestività

«La crisi sanitaria innescata dalla pandemia ha avuto effetti rilevanti sulle prestazioni ospedaliere», sottolinea il direttore scientifico di Osservasalute Alessandro Solipaca. «I dati del XIX Rapporto Osservasalute prendono in considerazione l’impatto dell’emergenza sanitaria sui ricoveri ospedalieri per patologie a elevato impatto sociale quali: protesi d’anca, somministrazione di chemioterapia in regime di RO e DH, assistenza per i pazienti diabetici, all’infarto miocardico acuto, malattia polmonare cronica ostruttiva (BPCO)». È un segnale che - aggiunge Solipaca - durante il Covid «è peggiorata la tempestività di certe prestazioni, con probabili ripercussioni sulla salute e la qualità della vita degli anziani».

Malattie croniche, persa «la bussola»

Il Covid non ha giovato neppure sul fronte di prevenzione e gestione di malattie croniche come il diabete, tra appuntamenti e visite di controllo saltate a causa dell’emergenza pandemica. Nel 2020, la prevalenza del diabete in Italia si attesta al 5,9% della popolazione (era il 5,7% nella precedente edizione del rapporto), una patologia spesso associata alla presenza di obesità e a comportamenti sedentari. Infatti, se complessivamente tra la popolazione adulta di età 18 anni ed oltre la prevalenza di diabete è pari al 7,0%, tra gli adulti obesi la quota di persone con patologia diabetica raggiunge il 15,0%, ed è in crescita di 4,5 punti percentuali rispetto al 2001. Nella fascia di età 45-64 anni la quota di soggetti affetti da diabete e obesità è pari all’11,3% e raggiunge il 32,6% tra gli anziani di età 75 anni ed oltre; tale quota, anche in questo caso, è in crescita rispetto al 2001. Tra gli uomini si passa dal 7,0% di diabete nella popolazione generale al 12,8% tra gli obesi, mentre tra le donne la distanza è più marcata, passando dal 6,9% al 17,3%.

Ricciardi: conseguenze da seguire nel tempo

L’onda lunga della pandemia non si arresterà a breve. «Vedremo solo con il tempo – prospetta il professor Walter Ricciardi, direttore di Osservaslute e Ordinario di Igiene generale e applicata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università Cattolica, nonché consigliere del ministro della Salute per l’emergenza da coronavirus – gli effetti dello tsunami Covid sulla salute degli italiani e sull’equilibrio del sistema sanitario, senza considerare il profondo impatto che sta avendo e avrà sempre di più in futuro il Long Covid, che colpisce una cospicua quota di guariti, con sintomi persistenti che richiedono di essere monitorati e gestiti». Gli ultimi dati disponibili mostrano l’Italia prima in Europa con il più basso tasso di mortalità evitabile, infatti il tasso di mortalità evitabile era per quell’anno di 169 per 100 mila abitanti. «Ma resta da vedere se l’impatto che il Covid ha avuto su salute e comportamenti degli italiani e su efficacia di prevenzione e cura del sistema sanitario ci consentirà di mantenere questo primato per gli anni a venire».

Disagio psichico e ricorso ai farmaci

L'Oms ha più volte lanciato l’allarme sugli effetti a lungo termine della pandemia sulla salute mentale a livello globale: ad esempio in un rapporto OMS basato sulla revisione complessiva dei dati sull’impatto del Covid sulla salute mentale e sui servizi di salute mentale è emerso che solo nel primo anno di pandemia i vi è stato un massiccio aumento a livello globale della prevalenza di ansia e depressione, che ha segnato un +25%. Altri studi parlano di casi di depressione triplicati a causa della pandemia. Per quanto per l’Italia manchino dei dati definitivi, si rileva che nel 2020 il consumo di antidepressivi è aumentato in tutte le regioni rispetto al 2019, con il più alto incremento in Umbria (da 55,1 a 57,1 DDD/1.000 ab die; +3,6%) e il più basso nella Pa di Bolzano (da 56,0 a 56,1 DDD/1.000 ab die; +0,2%). Fortunatamente, rispetto al contesto europeo, l’Italia mostra prevalenze inferiori alla media europea riguardo la presenza di sintomi depressivi: la stima è pari al 4,2% vs 7,0% media dell’Ue per le persone di età 15 anni ed oltre, e tra gli adulti (15-64 anni) il divario è anche superiore (3,0% vs 6,4%).

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