outlook 2018

S&P: la Bce non alzerà i tassi prima di fine 2019, tapering al via in ottobre

di Paolo Paronetto

(EPA)

5' di lettura

La Bce non alzerà i tassi di interesse fino alla seconda metà del 2019, mentre il programma di acquisto di asset noto come quantitative easing verrà ridotto a partire dal quarto trimestre di quest'anno, per terminare all'inizio del prossimo. Queste le previsioni di S&P Global Ratings, annunciate dal capo economista per Europa, Medio Oriente e Africa, Jean-Michel Six, nel corso della consueta conferenza stampa annuale dell'agenzia. «Non ci aspettiamo nessun rialzo dei tassi Bce prima della seconda metà del 2019, di fine 2019 - ha chiarito - Ci aspettiamo d'altra parte che la Bce riduca sensibilmente gli acquisti» di asset «nell'ultimo trimestre 2018 e torni a una posizione neutrale nel 2019». «Oggi la Bce acquista 30 miliardi al mese - ha proseguito Six - è probabile che inizieranno il tapering», ovvero la graduale riduzione degli acquisti, «dopo settembre 2018». Quanto alla comunicazione da parte della banca centrale, S&P si aspetta che «da qui a settembre continuerà a sostenere che la ripresa è solida e a suggerire che gradualmente ridurranno gli acquisti nel quarto trimestre per poi portarli a zero a inizio 2019». «La Bce non prenderà i mercati di sorpresa, non sarà hawkish», ha chiosato Six. Al momento inoltre, anche a causa dell'euro forte, non è in vista neanche la possibilità che venga alzato neanche il tasso sui depositi, oggi negativo.

Per l'economia dell'eurozona prospettive incoraggianti, rischi da Usa

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Nel corso del 2018, quindi, le condizioni monetarie resteranno favorevoli, contribuendo al consolidamento della ripresa economica dell'eurozona, che si conferma solida. Per la prima volta negli ultimi anni, secondo Six, c'è infatti «un outlook molto incoraggiante e convincente». Inoltre, per la prima volta dall'inizio della crisi «i rischi principali sono fuori dall'eurozona, sono rischi esogeni» e questa, ha messo in guardia Six, «può anche essere una cosa negativa perché vuol dire che non possiamo farci niente». In ogni caso il principale fattore di preoccupazione arriva «dall'outlook degli Stati Uniti e dalla situazione economica degli Stati Uniti». Negli Usa, ha spiegato Six, la crescita dura da 100 mesi ed è vicina al pieno potenziale. A fronte di questa situazione, resa ancora più favorevole dallo stimolo fiscale approvato dall'amministrazione Trump, e dei cinque rialzi dei tassi già effettuati dalla Fed, i tassi a medio termine «sono rimasti stabili o scesi, quindi la curva dei rendimenti si è appiattita». «Normalmente questo vuol dire che il mercato continua ad aspettarsi che ci sia una recessione tra due anni, cosa improbabile visti gli stimoli, e quindi quello che ci dobbiamo aspettare nei prossimi anni è una correzione dei tassi e quanto questa correzione sarà rapida e consistente è il principale rischio», ha notato Six. L'altra grande incertezza, ha aggiunto, è «cosa succederà all'euro», tanto più che «oggi prevedere il tasso euro/dollaro è una delle cose più difficili perché si possono sostenere entrambi gli scenari», sia quello di una ripresa del biglietto verde che quello di un continuo rafforzamento dell'euro.

Italia al voto: gli investitori sono più fiduciosi se c'è continuità

Quanto all'Italia, S&P ha confermato le valutazioni già pubblicate negli ultimi mesi, che alla fine dello scorso ottobre hanno portato alla prima revisione al rialzo del rating sovrano del nostro Paese (a BBB da BBB-) da quando è stato assegnato quasi 30 anni fa. Oggi, ha sottolineato Roberto Paciotti, country manager per l'Italia di S&P Global Ratings, si assiste a «una ripresa generalizzata dell'economia italiana dopo anni di stagnazione», fra crescita del Pil, ripresa dell'occupazione e aumento degli investimenti. Restano naturalmente punti critici, a partire da un debito pubblico che, «ancorché in riduzione, resta il quarto a livello mondiale», senza dimenticare «l'incertezza legata a una situazione politica in evoluzione» in vista delle elezioni del 4 marzo. Sul tema, Paciotti ha sottolineato che S&P non commenta le promesse elettorali, e che per ogni eventuale valutazione aspetterà l'esito del voto, pur considerando importante non disfare quanto fatto sul fronte delle riforme. «Certo, assolutamente sì - ha confermato - E' ovvio che, nel momento in cui si è su un percorso che ha definito una determinata strada che noi abbiamo valutato e quindi abbiamo fotografato in un merito di credito che si è risolto in una tripla B, qualora si insediasse un nuovo governo che tornasse indietro su queste riforme, a meno che non ne proponesse di più efficaci, evidentemente questo avrebbe un impatto sulla nostra analisi». «La questione chiave è avere una continuità rispetto a quanto già abbiamo osservato - ha proseguito - questo molto semplicemente perché qualsiasi investitore si sente più fiducioso nell'entrare in un Paese che ha già una sua storia, una sua continuità piuttosto che inserirsi in un contesto dove non si sa quello che sarà poi il nuovo governo, inteso come gestione del Paese». «Oggi comunque il nostro outlook è stabile e questo credo che debba essere visto come un segnale incoraggiante», ha aggiunto da parte sua Six.

Industria 4.0 molto positiva, avrà effetti negli anni a venire

Tra i fattori che hanno favorito il miglioramento del clima economico nel nostro
Paese, Renato Panichi, senior director corporate ratings, ha citato in particolare Industria 4.0, che «ha inciso molto sulla qualità degli investimenti in innovazione. E' stata un'azione molto positiva, che avrà effetti positivi negli anni a venire», ha precisato. In termini generali, S&P conferma le stime già annunciate: per il 2018 è prevista una crescita del Pil italiano dell'1,5% dopo il +1,6% del 2017, mentre per il 2019 l'attesa è di un +1,3 per cento. La ripresa sarà sostenuta anche dall'aumento del reddito disponibile, visto in crescita del 2,5% quest'anno. Persiste invece «una sconnessione tra la ripresa economica e la crescita dei prestiti bancari». Elemento, ha spiegato Six, che si presta a una duplice lettura: «Se da una parte possiamo dire che senza il contributo delle banche la crescita resterà debole, dall'altra si può affermare che c'è ancora benzina nel serbatoio per sostenerla ulteriormente, nel momento in cui gli istituti cominceranno ad aumentare il credito».

M&A tra banche di media dimensione, per le assicurazioni orizzonte europeo

Quanto alle banche italiane, S&P prevede una riduzione dello stock di crediti deteriorati al 13% del totale crediti nel 2019 dall'attuale 17%, obiettivo che
potrà essere raggiunto con la cessione di Npl per altri 70 miliardi. S&P, ha spiegato Mirko Sanna, director financial institutions, continua inoltre a scommettere sul consolidamento del comparto: «A nostro avviso il consolidamento è un processo inevitabile e ci aspettiamo che questo processo continuerà», ha spiegato, notando tuttavia che «finché non ci sarà chiarezza dal punto di vista regolamentare si continuerà come avvenuto negli ultimi anni, con banche deboli inglobate da banche più forti». Appare invece più difficile un «consolidamento amichevole», anche se operazioni di questo tipo «saranno possibili quando il quadro regolamentare sarà più chiaro». In ogni caso, secondo S&P, «ci saranno probabilmente aggregazioni per banche di media dimensione, che altrimenti non potrebbero garantire livelli di redditività accettabili». Sul fronte assicurativo, infine, nel 2018 migliorano gli indicatori sul "rischio paese" e il «rischio industria». Poco spazio per il consolidamento domestico, dato che «il mercato assicurativo italiano è già molto concentrato», ha puntualizzato Taos Fudji, director insurance. «Resta da vedere se nei prossimi anni i campioni nazionali decideranno di diventare paneuropei», ha concluso.

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

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