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S&P declassa il debito estero russo: «Default selettivo»

Peggiora la valutazione dell’agenzia di rating dopo che Mosca ha pagato in rubli un Eurobond in dollari scaduto lunedì 4 aprile

di Michele Pignatelli

(Imagostocks)

2' di lettura

S&P Global Ratings ha declassato il debito a lungo termine in valuta estera detenuto da Mosca da CC/C a SD/SD, che equivale al default selettivo: una valutazione che l’agenzia di rating assegna quando ritiene che il debitore sia, appunto, selettivamente inadempiente su una specifica emissione o classe di obbligazioni, ma che continuerà a soddisfare i suoi obblighi di pagamento su altre emissioni o classi di obbligazioni in modo tempestivo.

La decisione è arrivata dopo che lunedì 4 aprile Mosca ha pagato in rubli un Eurobond denominato in dollari in scadenza questo mese e un coupon su un’obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. «Non ci attendiamo che gli investitori siano in grado di convertire in dollari il pagamento effettuato in rubli, o che il governo sia in grado di convertire i rubli in dollari durante il periodo di grazia di 30 giorni», afferma S&P in un comunicato. Questo perché l’agenzia americana di rating ritiene che «le sanzioni contro la Russia saranno rafforzate nelle prossime settimane, ostacolando la volontà e la capacità tecnica della Russia di onorare i termini e le condizioni degli obblighi verso i creditori stranieri».

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Quasi a conferma degli scenari ipotizzati da S&P, nella notte tra venerdì 8 aprile e ieri 9 aprile, il presidente americano Joe Biden ha controfirmato due leggi approvate ad ampia maggioranza bipartisan dal Congresso il giorno prima: il bando all’import di petrolio, carbone e gas russi e la fine dello status commerciale di nazione più favorita per Russia e Bielorussia. Il che significa che Washington potrà ora imporre o incrementare i dazi sui beni provenienti dalla Russia che non siano già banditi dalle importazioni. Va peraltro ricordato che ieri è entrato in vigore anche il quinto pacchetto di sanzioni Ue, tra cui lo stop all’import di carbone da agosto (più lunga e complessa in Europa la discussione sul gas e sul petrolio, quest’ultimo tolto dall’agenda ufficiale del Consiglio affari esteri di domani).

A pesare sul mancato pagamento in dollari dell’Eurobond da parte di Mosca in realtà - oltre al congelamento delle riserve valutarie estere della Banca centrale russa, deciso dai Paesi occidentali subito dopo l’invasione dell’Ucraina - è stato soprattutto un altro provvedimento del Tesoro americano: la decisione di non consentire l’accesso ai dollari parcheggiati dal governo russo nelle banche statunitensi.

La Russia finì in default nel 1998, perchè risultò insolvente su titoli domestici, non in valuta estera; l’ultimo default sul debito estero risale a più di un secolo fa, dopo la Rivoluzione del 1917. Per ora S&P configura solo quello che gli addetti ai lavori definiscono un default tecnico. Ma crescono i timori su un default vero e proprio, per un Paese i cui titoli, fino all’invasione dell’Ucraina, avevano ancora un rating investment grade.

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