Assolombarda

Spada (Assolombarda): «Servono nuove regole per creare fiducia e attirare investimenti»

Stop alla difesa dell'esistente delocalizzazioni sconfitte con misure che aiutano l'arrivo delle imprese. Definire un unico green pass per l'ingresso negli spazi dell'azienda così si tutelano tutti i lavoratori

di Alessandro Spada

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

Non sarà la primavera della speranza o l’inverno dell’avvilimento. Il settembre che abbiamo davanti a noi dovrà essere la stagione del consolidamento della ripresa economica, della necessaria ricerca di stimoli e di aiuti per chi ha subito i maggiori contraccolpi di un'emergenza che non è ancora finita, del rinnovato dialogo tra le parti sociali e il governo.

Il consolidamento della ripresa sembra ben avviato, lo dicono i numeri. Il sostegno verso chi è stato più colpito è una necessità, inderogabile. Il dialogo tra parti sociali e governo è un dovere a favore di un elemento indispensabile di successo che non può mancare proprio ora. Si deve recuperare quel senso di responsabilità che ha permesso di costruire fin dall’avvio di questo governo una dialettica tra le parti, serrata e a tratti accesa, ma sempre centrata su contenuti e policy, invece che su polarizzazioni ideologiche e posizioni di convenienza elettorale.

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Le diverse contingenze politiche non possono far venire meno quella forte necessità di cambiare e riformare il Paese che ci ha guidato attraverso l’uscita dalla pandemia. Lo possiamo fare grazie al Pnrr, ma lo dobbiamo fare rispettando i tempi e le modalità indicate dall’Unione Europea. Non possiamo frenare proprio adesso.

In questo frangente, rapidità e tempestività dei provvedimenti sono variabili altrettanto cruciali quanto la pertinenza dei loro contenuti, pena l’inefficacia dell’azione politica. Non abbiamo un minuto da perdere. Ed è l’aspetto forse più sfidante di fronte al quale ci ha messo questa crisi ancor prima dei vincoli posti da Bruxelles

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Un’economia in forte ripresa genera naturalmente domanda di lavoro. Lo ha certificato da ultimo l’Istat: 400mila occupati nei primi cinque mesi dell’anno. Ma è una dinamica tanto positiva quanto capace di trovare un limite in carenze sistemiche presenti ben prima dell’abbattersi della pandemia. Possiamo ancora permetterci oltre 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano, un dato che posiziona l’Italia ultima in Europa? Possiamo permettercelo tanto più a fronte di 300mila posizioni che le imprese non riescono a coprire per mancanza di qualifiche adeguate? Possiamo davvero permettercelo avendo di fronte la necessità di concretizzare in pochi anni obiettivi complessi come la transizione ecologica e quella digitale?

Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro va colmato innanzitutto con le politiche sulla formazione. Il Pnrr dà indicazioni chiare: focalizzazione sulle competenze digitali e Stem, rinnovata dignità e visibilità sociale al comparto tecnico e professionale (inclusi gli Its), riconoscimento delle imprese come partner formativi della scuola.

Perseguiamole subito con convinzione non solo in nome dei giovani per i quali abbiamo collettivamente deciso un gigantesco sforzo di finanza pubblica a debito (Next Generation Eu), ma soprattutto perché sarebbe illusorio pensare di farcela senza il loro contributo.

Un altro dei principali capitoli sui quali è importante che la politica acceleri, rinsaldando il dialogo e aprendosi al confronto è quello della riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive per il lavoro. Una riforma, attesa da quasi un anno, che deve cambiare radicalmente l’approccio al mercato del lavoro, spostando il focus dall’occupazione all’occupabilità. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di un sistema che, parallelamente alla formazione continua, crei una salda cornice di tutele per il lavoratore. In questo modo, la migliore garanzia è nella forza della professionalità e delle competenze, non nell’ancoraggio a un determinato posto di lavoro.

Due parole, infine, sui temi caldi del green pass e delle delocalizzazioni. Per prima cosa, voglio ribadire l’importanza e l’urgenza di definire un unico green pass per accedere in azienda e in tutti suoi spazi, al fine di tutelare tutti i lavoratori. E in secondo luogo, mi pare strumentale l'utilizzo delle pur riprovevoli modalità di licenziamento su cui ha puntato i suoi fari la cronaca come leva retorica per paventare rischi di ondate di licenziamenti di massa.
Né mi pare ragionevole che tali episodi, del tutto peculiari, possano anticipare qualunque fenomeno di desertificazione industriale. Credo che valga invece la pena di seguire con molta disciplina l’indicazione offerta proprio in questi giorni sul tema dal Commissario Gentiloni: il problema non si risolve congelando quello che c'è, ma attraendo investimenti.

Usciamo da una dinamica passiva fatta di barricate e sanzioni ed entriamo in una visione più ampia, propositiva e di stimolo. Non servono regimi sanzionatori, quanto strumenti di attrattività, in una salda intelaiatura di competitività, di merito e di tutela dei diritti.

Serve una nuova cornice che possa permettere di attirare nuove imprese, attrarre investimenti, canalizzare le risorse verso la fiducia.

Insomma, vorremmo che fosse ribadito il fatto che gli investimenti funzionali del Pnrr in tema di rafforzamento della competitività, semplificazione e snellimento burocratico e amministrativo, sono la migliore carta che un governo possa giocare per impedire delocalizzazioni e attrarre imprese.

Dobbiamo tutelare la qualità, la formazione, le competenze e la professionalità in maniera attiva, mai ostativa. «La pianta della concorrenza non nasce da sé, e non cresce da sola; non è un albero secolare, ma un arboscello delicato, il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolari, e sostenuto attentamente contro i pericoli che da ogni parte lo minacciano». Mi fa piacere concludere il mio intervento con queste parole, citando un Governatore della Banca d'Italia, che poi divenne Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. L’auspicio è che la sua visione liberale di un mercato fatto di merito e di concorrenza, di qualità e di benessere, comunque giusto e solidale, possa tornare ad animare il dibattito attuale.

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