Interventi

Spadolini tra cronaca e storia le tante vite di un italiano unico

di Paolo Armaroli


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5' di lettura

Questo libro di Cosimo Ceccuti su Giovanni Spadolini è un libro a sua insaputa. Non si tratta di un gioco di parole e tanto meno di una frase a effetto. Perché le cose stanno così. Un allievo di Ceccuti, Gabriele Paolini, ha pensato di mettere in fila i maggiori contributi di Ceccuti dedicati nell’ultimo trentennio al suo maestro Spadolini. Dopo di che Paolini si presenta a Ceccuti e pressappoco se ne esce con queste parole: «Io la mia parte l’ho fatta, ora tocca a te: buttiamo tutto nel cestino della carta straccia o pubblichiamo il tutto?».

Si deve sapere che Ceccuti è un perfezionista. Ve lo dice uno che all’incirca mezzo secolo fa gli ha spezzato alla facoltà fiorentina di Scienze politiche «Cesare Alfieri» le prime briciole del diritto parlamentare. E, d’altra parte, talis pater talis filius. Messo con le spalle al muro, Ceccuti ha optato per il secondo corno del dilemma per due eccellenti motivi. Primo, perché il 4 agosto saranno venticinque anni che Spadolini non è più tra noi, lasciando un vuoto incolmabile. E un maestro come lui merita un giusto riconoscimento. Secondo, perché i saggi messi in fila da Paolini in effetti si tengono per mano. Rispettano a puntino la consecutio temporum, sia pure con qualche inevitabile ripetizione.

Giulio Andreotti era convinto che l’importante è scegliersi bene i propri ascendenti. Spadolini aveva il culto del padre, Guido, un valente pittore morto a Firenze sotto un bombardamento alleato mentre prestava soccorso ai feriti. E aveva un’adorazione per la madre, Lionella. Ma ha saputo scegliersi anche maestri di levatura eccezionale. Come Giovanni Papini, l’orbo veggente che aveva subito previsto che a questo giovanissimo di belle speranze avrebbe arriso un futuro luminoso. D’altra parte Papini era il suocero di Barna Occhini, direttore di quell’Italia e Civiltà sulle cui pagine Spadolini aveva pubblicato i primi articoli. A Gargnano, ai tempi della Repubblica sociale, Benito Mussolini non aveva un granché da fare. Eccellente giornalista qual era, nulla gli sfuggiva della carta stampata. Imbattutosi in un suo articolo, il Duce s’informa: «Chi è questo vecchio professore un po’ noioso che scrive così bene?». Manco a dirlo, era Spadolini. Un diciottenne avido di buone letture.

Così come ha la sua brava importanza l’editore Enrico Vallecchi, con il quale Spadolini pubblicherà i suoi primi lavori. E in seguito dirigerà per la casa editrice la prestigiosa collana di studi storici. È poi la volta di Giuseppe Prezzolini, un grande italiano dalla schiena diritta. Per i tipi della sua Voce, uscì prima della Grande Guerra un libriccino di Mussolini intitolato Il Trentino visto da un italiano. Prezzolini avrebbe potuto chiedere tutto al Duce del fascismo, capo del governo. Invece preferisce trasferirsi negli Stati Uniti alla Columbia University. E per dire bene dell’Italia e degli italiani dovrà starsene il più lontano possibile dallo Stivale. Paradossalmente ma non tanto, antitaliano perché arcitaliano. Dulcis in fundo, Indro Montanelli. Quando su suggerimento di Leo Longanesi, un altro tipino che ve lo raccomando, Spadolini pubblicherà Il papato socialista, Indro lo accolse sulle pagine del Corriere della Sera con un titolo che dice tutto: «Giù il cappello». Era nata una stella. E questa strana coppia di toscani così diversi si dimostrerà sempre unita nelle alterne vicende che coinvolsero i due.

Dopo i venerati maestri, diventati ben presto amici inseparabili, ecco che si afferma lo storico. Sia pure tra mille difficoltà. Perché i cattedratici in tocco e toga non potevano obiettare nulla al valore scientifico delle sue opere: da L’opposizione cattolica a Giolitti e i cattolici. Ma menavano scandalo perché questo storico piovuto dal nulla, senza padrini né padroni tra gli storici di professione ma fattosi da solo, si era fin da giovanissimo sporcato le mani con il giornalismo. E che giornalismo. Il Messaggero di Mario Missiroli, il Corriere della Sera, Epoca, Il Mondo di Mario Pannunzio. Professore incaricato di Storia contemporanea alla «Cesare Alfieri» dal 1950, a soli venticinque anni, Spadolini vincerà con pieno merito la cattedra della medesima disciplina dieci anni dopo.

Inutile dire che il giornalismo darà a Spadolini un’infinità di soddisfazioni. Dopo gli esordi con Missiroli al Messaggero, diventa direttore del Resto del Carlino a soli trent’anni. Su consiglio, oltre che del predetto Missiroli, di Enrico Mattei, inventore del “pastone” politico. Un grande giornalista purtroppo dimenticato. E vi rimane per ben tredici anni. Per poi passare nel febbraio del 1968 alla direzione del Corriere. Per il vero, i proprietari puntavano su Indro. Che disse di no per un duplice motivo. Per cominciare, perché lui - anarchico con senso dello Stato - non amava dirigere né essere diretto. E si acconciò alla direzione del Giornale e della Voce in quanto ne è stato il fondatore. E poi per dare via libera al suo carissimo amico Spadolini.

Uomo baciato dalla fortuna, Spadolini è protagonista di una marcia trionfale. Estromesso nel marzo del 1972 dal Corriere di Giulia Maria Crespi, è candidato nel Pri come indipendente da Ugo La Malfa. E diventa senatore in un collegio milanese. Sarà ministro per i Beni culturali, un dicastero nato per decreto legge e voluto per lui da Aldo Moro. Ministro della Pubblica istruzione, come lo furono Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Primo presidente del Consiglio laico. E, a cavallo dei suoi due ministeri attorno agli anni Ottanta, varerà quel decalogo istituzionale che anni dopo darà i suoi frutti. Come la legge sull’ordinamento della presidenza del Consiglio e la regola pressoché generalizzata del voto palese in Parlamento, grazie alle quali la nostra presidenza del Consiglio non sarà più - per usare una sua espressione - la cenerentola d’Europa. D’altra parte, non potendo contare sul diritto della forza, perché il suo partito non era grande e grosso quanto Dc e Pci, Spadolini astutamente fa leva sulla forza del diritto. Sarà poi ministro della Difesa. Oltre che segretario del Pri, che sotto la sua guida ottenne un lusinghiero successo elettorale. Infine, presidente del Senato. E senatore a vita nominato da Cossiga.

Nel 1994 Spadolini perde la cappa di presidente di Palazzo Madama per un solo voto. Silvio Berlusconi gli preferisce il liberale Carlo Scognamiglio. La sera stessa lo ritrovo da «Fortunato al Pantheon». Lo saluto con la cordialità di sempre. Lui mi sorride ma si vedeva che l’aveva presa malissimo. Poco dopo, il 4 agosto, muore. È sepolto a Firenze, a San Miniato al Monte. Sulla sua tomba, dopo il nome e cognome solo due parole: «Un italiano». Chapeau. Come la Santissima Trinità, modestia a parte, è stato uno e trino: giornalista, storico, statista. E rimane un fulgido esempio per noi italiani del nuovo millennio, costretti a rigirarci chissà per quanto tempo in questa maleodorante palude.

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