Letteratura

Spagna: cosa resta dopo il fanatismo

di Mario Vargas Llosa*

Un ragazzo cammina davanti alle foto dei soldati della Guardia Civil, uccisi dall’Eta.L’esposizione si è tenuta a Siviglia nel 2004

5' di lettura

Devo aver letto decine di articoli sull’Eta, e molti saggi, ma solo Patria, il romanzo di Fernando Aramburu, mi ha fatto vivere, da dentro, non come testimone distante ma come un carnefice e una vittima tra gli altri, gli anni di sangue e orrore che ha patito la Spagna con il terrorismo dell’Eta. Il romanzo ci affascina, ci rapisce con la sua magia verbale, con le sapienti alterazioni della cronologia e dei punti di vista, fino a convincerci che la sua non sia una storia scritta, ma vita pura e semplice, e che noi vi siamo immersi e la viviamo al pari dei suoi personaggi. Non leggevo da tempo un libro così convincente e commovente, concepito in modo così intelligente, una finzione che è una testimonianza eloquente di una realtà storica come lo sono state, ai loro tempi, il romanzo di Joseph Conrad L’agente segreto , sugli anarchici londinesi dell’Ottocento, o La condizione umana di André Malraux, sulla Rivoluzione cinese.

L’azione si svolge in un paesino senza nome, vicino a San Sebastián, dove due famiglie, fino ad allora molto unite, diventano a poco a poco nemiche, mutando l’amicizia in odio, per colpa della politica. O meglio, della violenza travestita da politica. All’inizio, si direbbe che tutti gli abitanti appoggino la sovversione; come sembrerebbero indicare le scritte sui muri, gli striscioni, le manifestazioni davanti al Municipio per chiedere la liberazione dei prigionieri, le tangenti rivoluzionarie che i possidenti pagano a Patxi, il padrone della taverna, discreto dirigente politico dell’Eta, gli insulti e il ribrezzo che suscitano gli spregevoli «spagnolisti». Ma a mano a mano che entriamo nell’intimità delle famiglie, e le udiamo parlare a bassa voce, senza testimoni, capiamo che molti abitanti nascondono i propri sentimenti perché hanno paura, un terrore che li segue come un’ombra. E non è una paura ingiustificata, perché la cricca di quelli che invece ci credono, dei convinti, è una terribile macchina di morte, implacabile quando mette in atto le sue rappresaglie, come dimostrano in modo inconfutabile i cadaveri che di tanto in tanto compaiono per le strade. Ne è la prova Txato, un imprenditore volenteroso e onesto che, oltre alla sua famiglia, adora giocare a mus (gioco di carte, Ndt) e andare in giro la domenica sulla sua bicicletta. L’Eta pretende sempre più soldi e lui glieli dà, per vivere in pace, ma le richieste aumentano e, quando superano una certa cifra, smette di dare. Allora tutti i muri si riempiono di scritte in cui Txato è chiamato traditore, venduto, vigliacco, miserabile. La gente smette di salutarlo; il ripugnante parroco del paese, don Serapio, gli consiglia di andarsene. Finché, una sera piovosa, qualcuno gli spara cinque colpi alle spalle.

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Nel corso degli anni la sua vedova, Bittori, andrà al cimitero a parlare con il suo cadavere, a raccontargli le vicende della sua famiglia distrutta e il suo dubbio angosciante su quale uomo dell’Eta lo abbia ucciso: è stato Joxe Mari, il figlio della sua intima amica Miren, a cui il povero Txato aveva insegnato ad andare in bici quando era bambino e a cui comprava sempre i cioccolatini? Joxe Mari, personaggio agghiacciante, giovane forzuto, ignorante e un po’ bestiale, non diventa terrorista per ragioni ideologiche – la sua competenza politica non va oltre la convinzione che la Spagna sfrutti l’Euskal Herria (Paese Basco, ndt) e che soltanto la lotta armata possa portare all’indipendenza – ma per amore del rischio e per una vaga attrazione verso i personaggi violenti. Seguiamo da vicino la sua formazione come terrorista, nella clandestinità della Bretagna, la noia di fronte alla teoria e l’eccitazione durante le lezioni pratiche in cui gli insegnano a fabbricare bombe, a preparare imboscate e a uccidere rapidamente. Siamo con lui, dentro di lui, quando commette il suo primo omicidio, quando la polizia lo cattura e lo tortura, e durante i lunghi anni di una prigionia dalla quale, forse, non uscirà vivo.

I personaggi di Patria non sono eroi eponimi né grandi infami, ma esseri normali, in alcuni casi poveri diavoli, che non susciterebbero il minimo interesse in altre circostanze. Le figure più interessanti non sono tali perché possiedono virtù eccezionali, ma per la ferocia con la quale la violenza fisica e morale si abbatte su di loro, condannandoli a una quotidianità fatta di ipocrisia e di silenzio in questo «paese di gente che tace», e per la stoica rassegnazione con la quale sopportano la propria sorte, senza ribellarsi, sottomettendovisi come se fosse un terremoto o un tornado, cioè una tragedia naturale inevitabile.

L’atmosfera in cui trascorrono queste vite è uno dei grandi pregi del romanzo: pesante, opprimente, ripetitiva, minacciosa. Il tempo si muove appena, a volte si ferma. L’effetto è dato da una struttura narrativa audace, fatta di piccoli episodi che non si succedono cronologicamente ma con salti avanti e indietro, che violentano la sequenza temporale, allontanati o avvicinati per stabilire tra loro un contrappunto chiarificatore, una cronologia in cui spesso le conseguenze precedono le cause e il passato e il futuro si mescolano fino a divenire un presente che fonde ciò che è accaduto e ciò che accadrà. Il lettore non si perde in questi salti temporali; al contrario, si impregna di questa eternità istantanea – l’elemento aggiunto – in cui paiono accadere le vicende della storia.

Il romanzo è scritto con un linguaggio nel quale il narratore e i personaggi si discostano o si fondono, un punto di vista sottile e complesso, in cui i mutamenti si succedono in modo impercettibile, confondendo ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo, il mondo dei fatti e quello delle emozioni e delle fantasie, le cose che avvengono davvero e le reazioni che queste suscitano nelle menti. Il romanzo costruisce in questo modo una totalità autosufficiente, la prodezza maggiore di un romanziere.

Il libro, una storia triste e insieme affascinante, è anche una presa di posizione chiara, una condanna netta della violenza, dei fanatismi e dell’ignoranza che la provocano. E una descrizione sottile della degenerazione morale che la violenza provoca in una società, corrodendone i valori, inimicando e svilendo le persone, distruggendo le istituzioni e i rapporti umani. Ma evita, saggiamente, le disquisizioni ideologiche, limitandosi a mostrare, attraverso episodi asciutti e coinvolgenti, come, non volendolo e non rendendosene conto, una società di persone sane, senza niente da nascondere, è trascinata a poco a poco, a furia di concessioni, nella complicità e a volte nelle peggiori viltà.

Quando Patria finisce, l’Eta ha rinunciato alla lotta armata e ha deciso di agire soltanto in ambito politico. È un passo avanti, naturalmente. Ma si intravede una qualche soluzione al problema di fondo, a questo dannato nazionalismo? Il libro è più pessimista di quanto avrebbe voluto l’autore. Nel finale, le due ex amiche, Miren, la madre del terrorista, e Bittori, la madre dell’uomo ucciso, si abbracciano, riconciliate. È l’unico episodio di questo bel romanzo che non mi è parso vita vera, ma pura finzione.

(traduzione di Federica Niola)
*Premio Nobel per la letteratura 2010

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