ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl 56° Rapporto annuale

Spaventata e malinconica: ecco l’Italia «post-populista» fotografata dal Censis

Le istanze di equità non generano conflitto. I paradossi di una società “senza”: territori senza coesione, scuola senza studenti, sanità senza personale

di Manuela Perrone

Fotografia dell’Italia che invecchia e non fa figli

5' di lettura

Ci sono le grandi paure: la terza guerra mondiale, la bomba atomica, i rischi globali incontrollabili. Ma ci sono anche nuove istanze di benessere e di equità. Tutto in un clima malinconico, senza fiammate conflittuali, quasi da «cittadini perduti» della Repubblica. È questa l’Italia «post-populista» che il Censis ritrae nel 56° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato oggi a Roma. Un’Italia già molto diversa da quella fotografata nel 2021, quando il Paese appariva in preda all’irrazionalità e alla fuga verso il pensiero magico.

Quattro crisi in tre anni

Il vento è cambiato ancora, e di nuovo molto velocemente. La pandemia che perdura, una nuova guerra cruenta nel cuore d’Europa, l’inflazione tornata ai livelli record degli anni 80, la morsa energetica: quattro crisi in tre anni, che si sommano alle vulnerabilità sociali ed economiche strutturali, mai realmente aggredite. Da questo quadro - nota il Rapporto nel capitolo dedicato a “La società italiana nel 2022” - emerge una rinnovata domanda di benessere e di equità, istanze non più liquidabili semplicisticamente come “populiste”, ossia come aspettative irrealistiche fomentate da qualche leader politico.

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Il pessimismo sul futuro

Gli italiani non si fanno più illusioni. Il 92,7% è convinto che l’impennata inflazionistica durerà a lungo, il 64,4% sta intaccando i propri risparmi per fronteggiare gli aumenti dei prezzi, il 76,4% ritiene che non potrà contare su aumenti delle entrate familiari, il 69,3% teme che il proprio tenore di vita si abbasserà (quota che sale al 79,3% tra le persone con redditi bassi). Logico che i privilegi siano considerati sempre più odiosi. L’87,8% non sopporta le differenze eccessive tra le retribuzioni dei dipendenti e quelle dei dirigenti, l’86,6% le buonuscite milionarie dei manager, l’84,1% le tasse troppo esigue pagate dai colossi del web. Sotto accusa anche i guadagni facili degli influencer, gli sprechi per le feste delle celebrities, l’uso dei jet privati.

La «ritrazione» dei cittadini

Questa repulsione non si traduce, però, in mobilitazioni collettive. Niente scioperi, cortei o piazze infervorate. È questo che fa parlare il Censis di «una ritrazione silenziosa dei cittadini perduti della Repubblica», fenomeno che il rapporto legge anche nella percentuale record di astensioni, schede bianche e nulle registrata alle elezioni politiche dello scorso 25 settembre: il 39% degli aventi diritti al voto, pari a 18 milioni di cittadini. I non votanti sono raddoppiati rispetto alle urne del 2006 (+102,6%), cresciuti del 31,2% rispetto al 2018. Una débâcle. «Per porzioni crescenti dei ceti popolari e della classe media - è la tesi sostenuta nel Rapporto - il tradizionale intreccio lineare “lavoro-benessere economico-democrazia non funziona più».

L’insicurezza globale e personale

Anche l’indicibile può materializzarsi: questa la convinzione diffusa ormai nell’immaginario collettivo. L’84,5% degli italiani pensa che eventi anche lontanissimi possano stravolgere la quotidianità, il 61,1% teme che possa scoppiare un nuovo conflitto mondiale, il 61,1% che si ricorra all’atomica e il 57,7% che l’Italia entri in guerra. L’insicurezza colpisce il 66,5%. E tra le paure ci sono anche quella di eventi atmosferici catastrofici e attacchi informatici su vasta scala, oltre ai timori personali: diventare non autosufficienti, essere vittima di reati (nonostante quelli denunciati in Italia siano calati del 25,4% nell’ultimo decennio), non poter contare su redditi sufficienti in vecchiaia, perdere il lavoro, dover pagare prestazioni sanitarie impreviste.

La reazione è la malinconia

Eppure, nota il Censis, l’Italia non appare sull’orlo di una crisi di nervi. Piuttosto sembra impermeabile ai «miti proiettivi» della società dei consumi e indisponibile a fare sacrifici per acquistare prodotti di lusso, per seguire la moda, per inseguire gioventù e bellezza. Il 36,4% degli italiani non è disposto a sacrificarsi neanche per fare carriera e guadagnare di più. Se il cambiamento in meglio non è più un obiettivo per otto italiani su dieci, il 54,1% ha la forte tentazione di restare passivo davanti agli scossoni esterni. Per questo non è la rabbia, ma la malinconia «a definire oggi il carattere» degli abitanti del Belpaese. Una sorta di nichilismo 4.0, proprio dell’io costretto a confrontarsi con i propri limiti.

Rosina (un. Cattolica): le leve per combattere il declino demografico in Italia”

Territori senza coesione sociale

Il Rapporto evidenzia come la società italiana appaia contrassegnata dai “senza”. I territori sono senza coesione sociale. I dati sul Sud sono noti, ma sempre impressionanti. Vive nel Mezzogiorno il 44,1% dei 5,6 milioni di persone in povertà assoluta. Il Meridione conta il 16,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione, contro il 12,7% a livello nazionale e una media Ue ferma al 9,7%; il 71,2% dei 25-34enni con il diploma (a fronte della media nazionale del 76,8% e di quella europea dell’85,2%); il 20,7% dei 30-34enni laureati (contro il 26,8% della media nazionale e il 41,6% della media Ue; il 32,2% dei 15-29enni neet, che non studiano e non lavorano, a fronte di una media italiana del 23,1% e di una media europea del 13,1%.

Scuola senza studenti: nel 2032 -900mila bambini

L’inverno demografico gela le scuole: negli ultimi cinque anni gli alunni sono diminuiti da 8,6 milioni a 8,2 milioni (-4,7%, 403.356 in meno). Una caduta più evidente nella scuola dell’infanzia (-11,5% nel quinquennio) e nella scuola primaria (-8,3%). Ma le università non sono indenni: nell'anno accademico 2021-22 le immatricolazioni sono calate del 2,8% rispetto all’anno precedente (9.400 studenti in meno). Il futuro, sulla base delle previsioni demografiche, non è roseo: nel 2032 si calcolano quasi 900.000 persone di 6-13 anni in meno; nel decennio successivo, alla scuola secondaria di primo grado si stimano 726.000 ragazzi di 14-18 anni in meno rispetto al 2022. Nel 2042 si prevedono 390mila iscritti e 78mila immatricolati in meno rispetto a oggi nelle università.

Sanità senza personale: medici e infermieri cercansi

Nonostante l’aumento del Fondo sanitario nazionale durante la pandemia, la spesa per finanziare il Ssn scenderà di nuovo al 6,2% del Pil nel 2024. E nella sanità non si è fermata l’emorragia di personale, peraltro sempre più anziano: dal 2008 al 2020 il rapporto tra medici (età media 51,3 anni) e abitanti in Italia è diminuito da 19,1 a 17,3 ogni 10mila residenti, e quello relativo agli infermieri (età media 47,3 anni) da 46,9 a 44,4 ogni 10mila residenti. Si stima che, nel quinquennio 2022-2027, saranno 29.331 i pensionamenti tra i medici dipendenti del Ssn, 21.050 tra il personale infermieristico. Dei 41.707 medici di famiglia, saranno ben 11.865 ad andare in pensione (2.373 l'anno).

Export, il «friend-shoring» all’italiana

Anche nel 2022 si attende un aumento dell’export per 70 miliardi, dopo che nel 2021 le esportazioni hanno superato il valore di 600 miliardi di euro (il 33,8% del Pil). Ma la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia sta facendo registrare una decelerazione del commercio internazionale. E il nostro Paese, registra il Censis, già sembra aver avviato una propria strategia di friend-shoring intensificando gli scambi con i Paesi europei, con l’area Nord-americana e con i Paesi del Mediterraneo. Su 364,4 miliardi di euro di esportazioni italiane nel mondo, relative ai primi sette mesi di quest'anno, il 78,8% è di tipo friend-shoring. Considerando l'area del Mediterraneo, si aggiungono altri 23 miliardi, con un aumento del 30,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Imprese e Pa alla sfida del cambiamento

La crisi energetica accelera la ristrutturazione del sistema d’impresa. Per il caro bollette si stima che 355mila aziende (l'8,1% delle imprese attive), in gran parte nel terziario, potrebbero subire un grave squilibrio tra costi e ricavi. E a lungo andare, come in altre crisi del passato, si prevede che saranno le microimprese a soffrire di più. Dal canto suo, la Pubblica amministrazione affronta un altro banco di prova: l’elevata età media dei dipendenti e dei dirigenti, insieme alla riduzione degli organici solo parziamente compensata dallo sblocco del turnover. Piccoli segnali di miglioramento ci sono: il lieve aumento dei giovani dirigenti, la crescita di quelli con elevate competenze, dotati di titoli post-laurea e dottorati (sono il 46,7%), la cosiddetta «oligarchia tecnocratica». È aumentata anche la quota di cittadini parzialmente soddisfatti delle nostre amministrazioni pubbliche (40,2%), anche se ancora prevale la quota di insoddisfatti. Pure per la digitalizzazione incompiuta.

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