L’analisi

Spazzacorrotti, una Consulta che guarda al diritto comparato

Auspicabile un argine contro possibili abusi del potere legislativo, da sempre tentato di stabilire o aggravare ex post pene per fatti già compiuti

di Bartolomeo Romano *

default onloading pic
(Mimmo Frassineti / AGF)

Auspicabile un argine contro possibili abusi del potere legislativo, da sempre tentato di stabilire o aggravare ex post pene per fatti già compiuti


3' di lettura


La Corte costituzionale ha depositato, il 26 febbraio, la sentenza n. 32/2020, con la quale ha dichiarato illegittima l’applicazione retroattiva della legge n. 3/2019 (“spazzacorrotti”) là dove estendeva alla maggior parte dei reati contro la pubblica amministrazione le preclusioni alle misure alternative alla detenzione, già previste dall’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario per i reati di criminalità organizzata.

L’orientamento della Cassazione

Non c’è intenzione, in questa sede, di esaminare la legge del 2019, in relazione alla quale ci sarebbero numerose riserve, né riflettere sui vari automatismi introdotti, sui quali esistono profondi dubbi.
Piuttosto, sembra particolarmente interessante sottolineare come la decisione della Corte è il risultato di una rimeditazione del tradizionale orientamento – sinora sempre seguìto dalla Cassazione (su tutte le Sezioni Unite nella sentenza n. 24561/2006), avallato dalla stessa Corte costituzionale, e ammesso persino da gran parte della dottrina – secondo il quale le disposizioni concernenti l’esecuzione delle pene detentive e le misure alternative alla detenzione, non riguardando l’accertamento del reato e l’irrogazione della pena, ma soltanto le modalità esecutive della stessa, sarebbero soggette al principio tempus regit actum e non alle regole dettate in materia di successione di norme penali nel tempo dall’articolo 2 del Codice penale, e dall’articolo 25 della Costituzione (tra cui il divieto di retroattività delle norme successive più sfavorevoli).

Le garanzie del diritto penale sostanziale

Sono anni che, isolatamente nella dottrina penalistica, sostengo, in scritti vari e persino nel mio manuale di diritto penale, che – almeno in determinati settori del diritto processuale penale e del diritto penitenziario – si debbano estendere le medesime garanzie proprie del diritto penale sostanziale: in particolare, al mutamento del regime della custodia cautelare o alla materia delle condizioni di procedibilità. Quindi, va guardata con estremo favore la sentenza della Corte costituzionale, dovuta alla sensibilità di molti giudici remittenti, ma soprattutto all’apporto dell’Unione Camere Penali, presente in giudizio nella persona del Presidente Caiazza.

La motivazione della Consulta

La Corte, nella motivazione (redattore il Professore di Diritto Penale, Viganò), opportunamente specifica che la regola, sopra richiamata, deve soffrire un’eccezione allorché la normativa sopravvenuta non comporti mere modifiche delle modalità esecutive della pena prevista dalla legge al momento del reato, bensì una trasformazione della natura della pena e della sua concreta incidenza sulla libertà personale del condannato. Ciò perché, in tal caso, la successione normativa determina l’applicazione di una pena che è sostanzialmente un aliud rispetto a quella stabilita al momento del fatto: con conseguente affermazione del divieto di applicazione retroattiva delle leggi che aggravano il trattamento sanzionatorio previsto per il reato. Più in particolare, ciò si verificherebbe allorché al momento del fatto fosse prevista una pena suscettibile di essere eseguita “fuori” dal carcere, la quale – per effetto di una modifica normativa sopravvenuta al fatto – divenga una pena che, pur non mutando formalmente il proprio nomen iuris, va eseguita di norma “dentro” il carcere. E ciò varrebbe anche laddove la differenza tra il “fuori” e il “dentro” si apprezzi in esito a valutazioni prognostiche relative,
rispettivamente, al tipo di pena che era ragionevole attendersi al momento della commissione del fatto, sulla base della legislazione allora vigente, e quella che è invece ragionevole attendersi sulla base del mutato quadro normativo.

Il diritto comparato

Va sottolineato come, nella dotta e approfondita motivazione, la Corte costituzionale si apra nuovamente ad un respiro comparatistico. Tra le varie decisioni, il richiamo più efficace mi sembra alla Corte Suprema degli Stati Uniti del 1798 (Calder vs Bull, 3 U.S. 386, 389), a qualche anno appena di distanza dalla proclamazione del divieto di “ex post facto laws” nella Costituzione federale. Scrivevano i giudici federali che il divieto in parola erige un bastione a garanzia dell’individuo contro possibili abusi da parte del potere legislativo, da sempre tentato di stabilire o aggravare ex post pene per fatti già compiuti, con leggi che in realtà «erano sentenze in forma di legge»: null’altro, cioè, che «l'esercizio di potere giudiziario» da parte di un Parlamento animato, in realtà, da intenti vendicativi contro i propri avversari.
Speriamo che, nel nostro Paese, si confermi questa tendenza ad una armonizzazione del diritto e delle garanzie, sia pur ad oltre duecento anni da princìpi altrove affermati.

*Ordinario di Diritto penale all’Università di Palermo

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti